Agrumi di Calabria, produzioni d'eccellenza per pochi centesimi

l comparto produttivo agrumicolo calabro occupa il secondo posto a livello nazionale dopo la Sicilia. Ai produttori arrivano al massimo 7/8 centesimi per chilo.

Un angolo, giù in fondo allo stivale, nel fazzoletto di terra che l’Italia si ritaglia nel globo. Abbracciata ad ovest dal mare Tirreno che lambisce le coste del golfo e protetta sugli altri versanti dai monti Poro, Dossone della Melìa e Sant’Elia di Palmi, si estende la Piana di Gioia Tauro, dimora di odorosi agrumeti e uliveti le cui fronde raccontano storie dal sapore antico.

Seconda per estensione dopo la Piana di Sibari, la Piana, così ‘amichevolmente’ chiamata in provincia di Reggio Calabria, immette nel comparto agroalimentare nazionale alcune delle eccellenze che fanno sognare i palati di tutto il mondo.

“Un popolo di formiche laboriose e non di cicale assordanti” è secondo Giacomo Zappia, presidente della Cooperativa sociale Valle del Marro, Libera Terra, la sua gente.

Eppure, si tratta di formiche laboriose che oggi, di fronte alle leggi di mercato, devono fermarsi e guardare; guardare i frutti del loro lavoro cadere stanchi al suolo e lì rimanere fino a che l’arancio vivido delle loro bucce non sarà spento e l’aroma dolce e intenso, disperso nell’aria fresca di un inverno sul finire.

Le filiere che caratterizzano il comparto agrumicolo calabro, come spiega Piero Molinaro, presidente regionale Coldiretti Calabria, sono due.

La prima interessa il consumo fresco di agrumi, prevalentemente clementine e qualche varietà di arance. Qui le dinamiche di filiera, spiega Molinaro, sono bene o male le stesse che interessano gli altri comparti agro-alimentari: flessione dei prezzi, calo dei consumi, assottigliamento dei margini e concorrenza estera in aumento. Ma, prosegue Molinaro, “bene o male il prodotto si è venduto e si vivacchia”.

Il problema è sull’altro fronte, quello della così detta ‘filiera da industria’ molto consistente nella provincia di Reggio Calabria e, nello specifico, nel territorio della Piana. Qui la produzione è prevalentemente destinata alla trasformazione in succo d’arancia e la situazione è drammatica tanto che le arance vengono lasciate sugli alberi perché raccoglierle non è remunerativo.

Il comparto produttivo agrumicolo calabro, tanto per definire un po’ le dimensioni della questione, con 32 mila ettari (pari al 24% del territorio nazionale) e un quarto della produzione italiana di arance, clementine e mandarini, occupa il secondo posto a livello nazionale, dopo la Sicilia.

Il comparto della Piana, con 5.207 aziende agrumicole, investe una superficie di circa 7 mila ettari e produce 207mila tonnellate di arance con un potenziale produttivo di 517mila quintali di succo.

In questo ambito produttivo, trovano impiego oltre 5mila lavoratori a tempo determinato per le fasi di raccolta e altri 2mila circa per la trasformazione del prodotto, compresa la lavorazione delle bucce per canditi. Si parla naturalmente di produzioni di eccellenza, ma a quanto pare, al mondo globalizzato delle multinazionali, l’eccellenza interessa purché sia gratis, o quasi.

“Le industrie di spremitura riescono a conferire al produttore 7 al massimo 8 centesimi per chilo di arance” spiega Molinaro “e, considerando che la manodopera per la raccolta costa 6 centesimi di euro per chilo, cui vanno aggiunte le spese di trasporto dal campo al sito di spremitura, i costi superano la remunerazione”.

“Le aziende di spremitura, a loro volta, vendono il succo concentrato a 1,60 euro al chilo” spiega il presidente Coldiretti. “Per produrre un chilo di concentrato servono 16-18 chili di arance ovvero 1,28–1,44 euro solo di arance; a questi vanno poi aggiunte la trasformazione, le spese e la manodopera. Non c’è dunque margine per pagare di più le arance ai produttori” prosegue.

Ma, chi sono gli acquirenti del succo concentrato?. “Il mercato è concentrato in pochi grandi gruppi azienali italiani” prosegue Molinaro “e un paio di industrie tedesche che si riforniscono sulla Piana di succo concentrato per fare bibite, nello specifico, aranciate”.

Ecco dunque dove sta il margine: queste aziende acquistano succo di eccellente qualità, dotato di caratteristiche tecniche di strutturazione della polpa che lo rendono particolarmente adatto alla lavorazione per diventare aranciata.

“La percentuale di succo di arancia in queste bibite non supera il 12%” spiega Molinaro “e, considerando che con un chilo di succo concentrato si fanno circa 6 litri di succo naturale e che con 6 litri di succo naturale al 12% si producono circa 50 litri di aranciata, il conto è presto fatto: in un litro di aranciata venduta sullo scaffale a 1,30-1,50 euro ci sono solo 3 centesimi di valore di succo d’arancia. Purtroppo” prosegue Molinaro “non abbiamo potere contrattuale”.

Oltre alla concorrenza estera, la legge consente alle aziende di immettere sul mercato prodotti contenenti miscugli di succo d’arancia, utilizzando anche succo sintetico, così da poter fare a meno delle arance calabresi, nonostante la loro elevata qualità.

“La nostra richiesta”, spiega il presidente Coldiretti, “è quella di fermare il fenomeno che noi chiamiamo neo-schiavizzazione della filiera. Le multinazionali hanno margini del 4.235% mentre per rendere remunerativa la raccolta delle arance sarebbero sufficienti 7 centesimi al chilo in più da conferire all’agricoltore. Si un litro di aranciata questi 7 centesimi si traducono in un valore di succo di 6 centesimi anziché 3”.

In questa direzione, grazie alla battaglia Coldiretti, il parlamentare Nicodemo Oliverio ha presentato un progetto di legge che richiede l’innalzamento della percentuale minima di succo nelle bibite che oggi è fissata al 12%. Si tratta di un primo, ma importante passo, “ogni punto percentuale in più di succo d’arancia” spiega Molinaro, “corrisponde a 250mila quintali di arance impiegate e quindi raccolte”.

Il problema, però è anche di tipo strutturale. Come spiega Mario Maiorana. presidente provinciale di Cia Catanzaro. “La Piana di Gioia Tauro – racconta Maiorana – ha negli anni generato una produzione da industria. Nel momento in cui la globalizzazione ha dilagato, ci siamo trovati su un mercato fatto di produzioni con costi molto inferiori ai nostri. Questo, oltre ad avere innescato le dinamiche che viviamo oggi, ha reso possibile il paradosso che in Calabria si bevano aranciate ottenute da succo concentrato proveniente dal Brasile mentre le nostre arance restano sugli alberi”.

“Certo noi abbiamo dalla nostra la qualità della produzione – prosegue – e le garanzie che possiamo offrire ai consumatori, ma sono plus che il più delle volte, seppur riconosciuti, non vengono remunerati”.

Come spiega Giacomo Zappia di Libera Terra, parte della situazione che emerge ora nella Piana va imputata anche al fatto che ci si è molto adagiati sugli aiuti comunitari.

“Siamo rimasti vincolati a produzioni destinate all’industria senza prestare attenzione alle richieste del mercato. Dannose” prosegue “anche le situazioni in cui l’aiuto comunitario è stato ‘gonfiato’ su quantitativi di prodotto inesistente, portando a splafonare ed ingenerando danni enormi. E’ stato un sistema che accontentava tutti” spiega Maiorana, “l’agricoltore rimaneva l’anello debole ma comunque sopravviveva”.

La riforma dell’Ocm ortofrutta entrata in vigore nel 2007 ha di fatto portato al superamento del precedente regime di sostegno alla trasformazione industriale, assegnando gli aiuti direttamente agli agrumicoltori e rompendo il giocattolo.

“Negli anni l’aumento dei quantitativi di agrumi avviati alla trasformazione industriale è stata conseguenza diretta della Politica agricola comunitaria adottata a favore del comparto” aggiunge Ilaria Campisi, presidente Confagricoltura Calabria, “l’aiuto ha rappresentato una parte essenziale della remunerazione del produttore, creando così effetti distorsivi lungo tutta la filiera agrumicola. L’applicazione della riforma degli aiuti diretti” prosegue Campisi, “doveva essere accompagnata da interventi sulle misure strutturali del PSR Calabria 2007-2013 (misura 1.2.1. e 1.2.3), per dare la possibilità agli agrumicoltori di potere riconvertire gli impianti obsoleti non più economicamente validi, introducendo nuove cultivar richieste dal mercato, in sostituzione delle produzioni non più competitive”.

Purtroppo, come spiega Campisi, questo impegno assunto dalla Regione non si è mai concretizzato “sia per la mancanza di una volontà politica, sia per i notevoli ritardi accumulati nell’attuazione di quanto previsto dal Psr la cui capacità di spesa desta forte preoccupazione negli operatori agricoli”.

Il fatto che le arance rimangano sugli alberi, poi, non è banale e porta con sé oltre alle ovvie conseguenze economiche anche conseguenze di carattere sociale. Non raccogliere significa mancanza di lavoro che, spiega Maiorana, “sfocia in eventi a carattere sociale come quelli che abbiamo visto a Rosarno. Non vuole essere una giustificazione ma un invito a tenere in considerazione che stiamo parlando di un’area che non riesce a sostenersi”.

“La tenuta del settore agrumicolo” aggiunge Campisi, “costituisce la struttura portante dell’economia agricola reggina e rappresenta una condizione necessaria per garantire una coesione sociale del territorio”.

Secondo il presidente Campisi, la necessità ora è quella di “programmare interventi urgenti per rendere il settore più dinamico e innovativo, così da acquistare competitività sui mercati, e superare la situazione di crisi di mercato che sta diventando, di anno in anno, sempre più pesante”. Il comparto è fragile rispetto alla competitività crescente di Paesi europei (Spagna, Portogallo, etc.) ed extra-europei (Marocco, Tunisia, etc.) che possono contare sia su una maggiore integrazione di filiera che su costi di produzione marcatamente più bassi.

Per avviare una ipotesi di rilancio del settore le richieste portate avanti dalle associazioni seguono una linea piuttosto comune. Innanzitutto, afferma Campisi, “le produzioni locali, con l’eccezione di ridotti areali concentrati maggiormente sulla costa ionica, sono contraddistinte da tipologie varietali mancanti delle caratteristiche qualitative ed organolettiche tali da consentire la collocazione sui mercati del fresco; urgente” prosegue, “anche procedere al rafforzamento e all’armonizzazione del sistema di controllo relativo alle norme di commercializzazione dei prodotti agrumicoli, con particolare attenzione a quelli importati dall’estero”. “Occorre”, afferma Zappia, “creare una serie di reti e sinergie che possano aprire nuovi canali distributivi di commercializzazione sviluppando il mercato del fresco nella sua globalità non tralasciando nessuna via di utilizzo”.

Un esempio in questo senso i punti vendita (nel caso di Coldiretti a marchio ‘Campagna Amica’), i farmer market e gli agrimercati promossi dalle associazioni; utile anche la commercializzazione con marchi di qualità come nel caso Libera.

“Grazie alla distribuzione diretta” spiega Zappia, “vendiamo un prodotto che in questo momento nella Piana non viene nemmeno raccolto ad un prezzo che soddisfa noi produttori e che garantisce il lavoro a dipendenti e trasportatori. In 48 ore possiamo consegnare in tutta Italia arance fresche, biologiche, ed etiche che il consumatore acquista al 50% di quanto le pagherebbe sul mercato”.

“Ben vengano” conclude Maiorana “il Psr e i sostegni che arrivano dalla Pac ma gli imprenditori devono iniziare a fare gli imprenditori, rispondendo alle esigenze di mercato”.

“Si deve puntare” conclude Campisi “all’istituzione di un fondo anticrisi europea adeguatamente finanziato e che preveda idonee misure di intervento, come lo stoccaggio privato, gli usi alternativi delle derrate e nuove formule di assicurazione delle calamità e del reddito”.

Indubbia, infine per Molinaro l’utilità della Pac. Non perdiamo però di vista, ammonisce, che sul bilancio dell’impresa agricola essa incide mediamente per il 5%.

“Parlare solo di Pac vedendola come la soluzione” conclude, “è una distorsione nella comunicazione. Dalla riforma ci aspettiamo maggiore attenzione alle vere imprese che a fronte di un prodotto eccellente pongano l’accento anche sulla funzione sociale e di tutela del territorio”.

Michela Lugli

fonte:  http://agronotizie.imagelinenetwork.com


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