Babel o il valore pedagogico di un viaggio (WBB #9)

Colline pietrose, una distesa di sassi roventi, l’aria rarefatta dal calore, rovi, capre e galline e cani all’ombra di alcune palme vicino alle tende dei beduini. Sulla strada sterrata un moderno pullman bianco, come fosse un’astronave. Si ferma vicino a una costruzione di terra e paglia, forse abbandonata, forse mai terminata. Si aprono le porte. Uno a uno scendono turisti dai vestiti sgargianti e dai cappelli di paglia, impacciati dal fondo sconnesso e affaticati dal solleone. Sembra la scena di Babel in cui il bus è costretto a fermarsi in uno sconosciuto villaggio mediorientale per cercare aiuto. Mentre nel film i turisti, catapultati in un mondo alieno in cui, timorosi, faticavano ad accettare l’accoglienza degli abitanti, qui si avvicinano incuriositi scattando foto e distribuendo ninnoli ai bambini. Qualcuno accarezza un animale da cortile. Si tratta di un gruppo che, osando sfidare paure e pregiudizi, ha deciso di vivere le proprie vacanze oltre il muro che protegge il circuito classico di chi visita la Terra Santa. Non so cosa potranno dire di aver visto nel vortice di testimonianze di chi soffre un’ingiustizia costante in un contesto complesso, ma almeno non potranno nemmeno permettere ai propri amici e conoscenti a cui mostreranno foto e souvenir di far finta di niente quando ascolteranno la prossima news sul conflitto palestinese.

Il circuito ancora più alternativo invece vede piccoli gruppi di giovani vagare per il deserto sino all’oasi di Taybeh, antichissimo villaggio cristiano nel bel mezzo della Cisgiordania dove, dagli anni degli accordi di Oslo e la speranza di una pace infranta, intraprendenti produttori di un’ottima birra locale, investono ancora nello sviluppo economico ed emancipante dell’industria palestinese. Importano cereali dall’Europa, comprano l’acqua delle fonti palestinesi dagli israeliani che ne detengono il controllo effettivo (infatti la produzione risente della scarsità d’acqua usata invece per le vicine e numerose colonie israeliane), producono birra e la vendono nelle città in cui i costumi non così conservatori consentono di godersi questo piacere, sempre e quando i checkpoint israeliani permettano il passaggio delle merci. La Taybeh è una bionda fresca e leggera, ancor più apprezzata con queste temperature, ma non credo che stappare bottiglie di birra equivalga davvero a un gesto di resistenza nonviolenta, sebbene temo che questo sia il messaggio.

A questo punto dovrei dare la soluzione, rivelando la giusta via per attraversare il deserto e fare di un viaggio in Palestina un’esperienza autentica e profonda. Questa ricetta però ha tante versioni quanti i passi di chi cammina su queste antichissime strade e tanti sono gli stili con cui ognuno decide di venire in Palestina: qualcuno, ad esempio, lo fa per motivi umanitari fondamentali e ha provato a raggiungere le coste di Gaza via nave, tentativo fallito a causa del blocco della marina greca per favorire l’embargo israeliano.

Diversi palestinesi ci hanno comunque lasciato un messaggio chiaro: la lotta per i diritti umani sotto un regime di occupazione violenta è un percorso lungo e difficile. Chiunque decida di venire a incontrare questa realtà è chiamato a dare continuità alla solidarietà che dice di esprimere e ad assumere il costo di questa presa di posizione accanto agli oppressi e a chi si ostina a sperare e a resistere in modo nonviolento. A questi il regalo più autentico: l’ospitalità semplice e gratuita dei sorrisi dei palestinesi, immancabilmente accoglienti. Succede anche su un balcone di un caffé di Nablus, bevendo limonata e fumando narghilé, nelle chiacchiere con alcuni compagni comunisti palestinesi che hanno lavorato per anni in Europa: una situazione surreale, fuori tempo, ma anche sincera. Il nostro rifugio in una quotidianità anormale. On the road again…

Potrebbero interessarti anche...