Capitolo 1 – La discesa in campo

Questa rubrica sarà una sintesi di reali avventimenti che hanno riguardato e riguardano tutt’ ora le sorti della guerra angloamericana in Iraq, iniziata nel Marzo 2003 e mai finita. Spesso ci si chiede come sia stato possibile andarsi a chiudere nel conflitto che ha sparso più sangue e sofferenza degli ultimi vent’ anni: stiamo parlando di più di centomila morti, fuori da ogni statistica. Nella realtà delle cose, chiunque abbia analizzato fuori da ogni pregiudizio la realtà irachena si sarà reso conto che date le condizioni organizzative, politiche, economiche, con cui si è preparato il tutto il destino di questa Nazione era già scritto da tempo. Se avessimo saputo leggere meglio determinati avvenimenti ci saremmo resi conto che era tutto già scritto, un guerra orribile, cresciuta tra corruzione e noncuranza, che quotidianamente continua a colpire innocenti.
Questa rubrica non vuole essere altro che una seria analisi sul contesto, nel suo complesso, dall’ economia alla religione, portando come fonti articoli di giornale, interviste, libri e documenti, che conservano segretamente i misteri della Terza Guerra del Golfo. Proveremo a scavare, fino in fondo.
Alessandro Ciquera
Dall’ aprile 2003 al giugno 2004 la CPA (Coalitional Provisional Authority), l’Autorità provvisoria della coalizione amministrò l’Iraq: promulgò leggi, stampo banconote, riscosse le tasse, si occupò dello schieramento delle forze di polizia, spese i proventi dell’ industria petrolifera. Al suo apice i dipendenti della Cpa a Baghdad erano più di 1.500, la maggior parte dei quali statunitensi. Si trattava di un gruppo estremamente eterogeneo: imprenditori e membri attivi del Partito Repubblicano, pensionati in cerca di un’ ultima avventura, diplomatici che avevano studiato l’ Iraq per anni, giovani freschi di laurea al loro primo impiego a tempo pieno, impiegati governativi che chiedevano un bonus del 25% per incarichi in zone di guerra. La Cpa era retta dal vicerè americano in Iraq: Lewis Paul Bremer III, che indossava sempre un completo blu e anfibi da combattimento di pelle scura.

La Cpa aveva sede nella Green Zone, ovvero la cosiddetta Zona Verde di Baghdad, all’ interno della quale la vita scorreva sicura, lontana dalle bombe e dalle violenza che insanguinavano il resto del Paese. Si trattava di una città nella città, dove si rispettavano i limiti di velocità, i giardini erano ben curati, c’erano supermercati, cinema, hotel e prefabbricati dove dormivano militari e funzionari. Una perfetta bolla di sapone, blindata in ogni sua parte, nella quale si poteva accedere attraverso poche entrate, ed era circondata in tutto il suo perimetro da una muraglia alta decine di metri. Una piccola America in miniatura, all’ interno della quale gli analisti studiavano i modi migliori per amministrare l’Iraq. Uno di questi era il giovane Mark Schoroeder: prima lavorava per il Congresso a Whashington, quando gli giunse voce che la Cpa cercava altro personale, inviò il suo curriculum al Pentagono e qualche mese dopo si trovò nel Palazzo della Repubblica, sede operativa della Green Zone. Era un analista dei servizi essenziali, in poche parole colui che avrebbe dovuto studiare le necessità della popolazione, per cercare di porvi rimedio. Ogni settimana stilava un rapporto per Paul Bremer, con grafici, graduatorie che mostravano i progressi della Cpa in settori chiave, quali per esempio: quanti megawatt di elettricità si generavano? Quanti agenti di polizia erano stati addestrati? Quanti dollari erano stati spesi per la ricostruzione? I rapporti venivano anche spediti via mail al consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice e al Segretario della Difesa Donald Rumsfeld. Dopo che erano stati supervisionati venivano mandati regolarmente ai dipendenti della Cpa in Iraq. Alcuni di questi grafici coincidevano con le cifre rosee fornite dall’ ufficio delle pubbliche relazioni della Cpa. Schoroeder compilava i suoi rapporti in un piccolo ufficio adiacente a quello di Paul Bremer, con aria condizionata, trascorreva le sue giornate e le sue serate di fronte ad un computer, la sera andava con amici in discoteca e si svagava. Nei due mesi da quando era arrivato a Baghdad si era allontanato dalla Cpa una sola volta: per andare a Camp Victory, il quartier generale dell’ esercito americano, nei pressi dell’ aereoporto. Se necessitava di qualcosa andava al Px, lo spaccio all’ interno della Green Zone. Lì si potevano acquistare magliette, patatine e musica pop. Dall’ interno della Zona Verde gli edifici sventrati dalle bombe, gli ingorghi che paralizzavano il traffico, le raffiche di armi da fuoco, sembravano appartenere ad un altro mondo. Gli stranieri che frequentavano il Palazzo vedevano di rado la paura sul volto dei soldati americani. Il fumo delle autobombe non permeava quell’ aria, era una fertile, calma America in miniatura.

Il Presidente degli Stati Uniti George w. Bush diede l’ordine di pianificare l’invasione dell’ Iraq pochi mesi dopo gli attacchi dell’ 11 Settembre 2001. L’incarico fu affidato a Dough Feith, sottosegretario alla difesa che dirigeva un dipartimento segreto chiamato “Ufficio dei Piani Speciali”, lo stesso che modificò i rapporti di intelligence per far sembrare che Saddam stesso preparando un attacco con armi di distruzione di massa e che fosse in combutta con Al Qaida. Feith era un fan dell’ esule Amhed Chalabi, volubile seminatore di discordia a capo di un organizzazione politica chiamata “Congresso Nazionale Iracheno”. Chalabi era considerato “persona non grata” agli uomini del Dipartimento di Stato e della Cia, che lo consideravano corrotto e impopolare agli iracheni, anche se era in esilio negli Usa. Tuttavia nell’ orbita dei neoconservatori, dove si trovava Dough Feith, i poco sinceri discorsi di Chalabi sulla creazione di una democrazia laica che avrebbe abbracciato i valori dell’ Occidente e riconosciuto Israele era esattamente quello che si voleva sentir dire. L’ufficio di Feith portò avanti l’organizzazione della guerra con estrema segretezza: il livello di coordinazione con la Cia e con il Dipartimento di Stato era pressochè minimo, persino con gli esperti della ricostruzione post-bellica del Pentagono: si volevano ignorare completamente gli eventuali scenari tragici e pessimisti che potevano seguitare all’ invasione, che avrebbero potuto ridurre il consenso dell’ opinione pubblica. La squadra di Feith guardava alla missione come una guerra di liberazione, che avrebbe richiesto solo il minimo sforzo di ricostruzione. Erano convinti che gli iracheni avrebbero presto assunto la responsabilità di gestire il Paese e ripristinare le infrastrutture. Il 17 Gennaio 2003 pochi mesi prima dell’ inizio del conflitto, Feith chiamò Jay Garner, un generale di corpo d’armata in pensione, e gli propose di prendere le redini dell’ Iraq una volta finita la guerra. Feith chiamò Garner perchè sapeva trattare con gli iracheni e aveva esperienza nell’ assistenza umanitaria, oltre a conoscere il territorio. Accettato l’incarico Garner si recò al Pentagono nel Gennaio 2003, senza avere collaboratori, e senza che gli fosse consegnata neanche una bozza del futuro incarico. Garner lavorò molto chiedendo aiuto ad alcuni suoi amici generali in pensione, prese a bordo alcuni diplomatici del dipartimento di stato e alcuni agenti federali. Il gruppo di Garner divenne noto come ORHA (Office of Recostruction and Humanitarian Assistance). Doveva essere la punta di diamante dello sviluppo iracheno, coloro che avrebbero dovuto risollevare le sorti distrutte di un popolo e guidarlo verso un futuro migliore: eppure in tutto questo Garner non ricevette mai alcun piano ideato da Dough Feith e dai suoi sottoposti dell'”Ufficio dei Piani Speciali”, anzi dichiarò di non essere a conoscenza di nessuna pianificazione in corso di studio per gestire il dopoguerra iracheno presso l’ufficio di Feith, cosa che sappiamo essere avvenuta. Tutto questo fu scoperto per caso da Jay Garner quando uno dei suoi vice: il generale in pensione Ronald Adams tornò a Whashington a causa di un’infezione polmonare,e mentre trascorreva alcuni giorni al Pentagono per lavoro scoprì le operazioni guidate da Dough Feith per eliminare i membri del Partito Baath dall’ esercito iracheno e il modo per insediare Chalabi e altri esuli alla guida della nazione. L'”Ufficio dei Piani Speciali” si rifiutò di mostrare molti piani che sarebbero stati molto utili all’ORHAa, tra cui: alcuni piani post bellici elaborati dal Dipartimento di Stato e alcune analisi preparate dalla CIA, oltre ad un rapporto non classificato stilato dall’ Università per la Difesa Nazionale a cui avevano partecipato oltre settanta professori emeriti ed esperti in due giorni di seminario. Ognuno di noi comprenderebbe l’importanza di simili documenti per un’ organizzazione come l’ ORHA che sarebbe dovuta andare a lavorare in un paese assente di istituzioni, eppure a Jay Garner non fu mai permessa neanche una rapida consultazione: fecero partire la guerra senza dotare gli organismi di assistenza e di riscostruzione dei dovuti e necessari mezzi per operare, fu un fuoco amico, o un sabotaggio.
Jay Garner divise il suo team in sezioni amministrative, affidando ad ognuno dei funzionari che collaboravano un dipartimento che sarebbe andato a dirigere ogni singolo ministero in Iraq, a Baghdad (esempio: Istruzione, Sanità, Telecomunicazioni, Edilizia, Irrigazioni, Petrolio, Esteri, Economia, Funzione Pubblica ecc….). A testimonianza della fretta e della noncuranza con cui venne assemblata l’ ORHA sono alcuni dati di fatto: il Ministero dell’ Educazione fu affidato ad un burocrate di medio livello proveniente dal Dipartimento del Tesoro, un altro ex ambasciatore, senza nessuna precedenza nel Commercio, fu appunto incaricato al Ministero del Commercio, a Stephen Browning, un ingeniere del Genio Militare, fu proposto di presidere ben quattro Ministeri contemporaneamente (Trasporti, Comunicazione, Edilizia, Irrigazione ed Elettricità) una settimana dopo la caduta di Saddam ne ottenne un quinto: quello della Salute. Nessuno tra il personale dell’ ORHA era un esperto nella rispettiva funzionalità e area di responsabilità ed erano tutti oberati di incarichi. Tim Carney ( Industria) poteva contare solo su un vice, per gestire un ministero di oltre centomila dipendenti.
L'”Ufficio dei Piani Speciali” di Dough Feith non sembrava particolarmente preoccuato, nè era intenzionato a trovare validi esperti americani che operassero nei Ministeri Iracheni. L’impressione generale anche nell’ ORHA, era che non fosse mai esistita realmente l’intenzione di far riuscire la missione di ricostruzione.
L’ ORHA finì, con il passare del tempo, per cadere nelle logiche di lotta tra Dipartimento di Stato e Pentagono, che portò Donald Rumsfeld, a pochi giorni dalla partenza di Jay Garner per l’ Iraq, a mettere in discussione le credenziali di parecchi membri del team di Garner, obbligandolo a sostituire alcuni funzionari pescando da una rosa di nominatvi forniti dal Pentagono, questo non fece altro che mettere in discussione una situazione già di per se molto complessa. Dopo un tira e molla, Rumsfeld chiese a Garner di riguardare il suo staff per indicare quelli da “tenere a tutti i costi”.
“Così” ricordò Garner “Chiesi a Rumsfeld: cè qualcuno alla Difesa che sappia qualcosa di Agricoltura?”. Nessuna risposta. ” O di Educazione? O di banche? “. A quel punto Rumsfeld rispose: ” Ascolta, non ho nessuna intenzione di discutere questo con te, ma troverò altre persone”.
Quando il gruppo fu finalmente composto dopo lunghe vicissitudini e ci fu la partenza per il Kuwait (in avanscoperta prima in entrare in Iraq da sud) Garner e l’ ORHA furono informati che nessuna delle basi militari nelle città-stato avrebbe potuto ospitarli, e che avrebbero dovuto cercarsi un alloggio da soli.

( Fonti: “IMPERIAL LIFE IN THE EMERALD CITY”)

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