Capitolo 2 – L' Organizzazione

Nella prima parte della nostra analisi sul disastro Iracheno abbiamo presentato l’ ORHA (Office of Recostruction and Humanitarian Assistance) con a capo il volenteroso generale in pensione Jay Garner. Ora considereremo alcuni episodi che dovrebbero far riflettere sulle reali intenzioni della Casa Bianca di fornire i giusti strumenti di azione ai membri di quella che doveva essere la punta di diamante della ricostruzione. I membri di questo gruppo erano a conoscenza del fatto di essere a corto di uomini e di mezzi, ma speravano perlomeno di potersi appoggiare alle unità militari per provvedere al trasporto, alle comunicazioni e ad altri interventi di assistenza cruciali.

Il documento preparato da Garner sulla missione si chiamava: “Piano di missione unitaria per la fine delleostilità in Iraq”,e nella prima sezione metteva in guardia dalla “lunga permanenza sul territorio” segnalando il rischio di “potenziali rivolte civili” sottolineando che la creazione di un “ambiente sicuro” è la priorità delle “azioni militari”. Avvenne esattamente quanto previsto, ma l’esercito non era pronto. Era tutto già scritto, bastava saper leggere. Tuttavia alcune parti essenziali del programma rimasero bianche, fino a quando i marines abbatterono la statua di Saddam Hussein a Baghdad. Una delle sezioni rimaste scoperte era la 8, che comprendeva la colonna dell’ “amministrazione civile”, a dir poco essenziale. La responsabilità di creare un progetto di amministrazione civile per il nuovo Iraq ricadde su un certo Mobbs, che non aveva mai lavorato con esuli iracheni, non aveva alcuna esperienza in Medio Oriente e non aveva mai fatto parte di pianificazioni post-belliche, in compenso era l’ex socio legale di Dough Feith (Il sottosegretario alla Difesa a capo dell’ “Ufficio piani speciali”). Una settimana dopo l’arrivo in Kuwait del team ORHA Garner rispedì Mobbs a Washington per manifesta incapacità.

David Dunford, ex ambasciatore in pensione a cui in seguito fu affidato il Ministero degli Esteri, fu tra i pochi fortunati a ricevere indicazioni e istruzioni prima dell’assegnazione. Nel documento che gli fornirono c’erano solo quattro pagine di informazioni sul Ministero che a Dunford parve scritto da uno stagista alle prime armi. Quando le sue domande per ottenere altre informazioni caddero nel vuoto, fece circolare su un sito internet di specialisti in Medio Oriente una lamentosa richiesta di soccorso. Come ammettè lo stessi Dunford il succo del messaggio era: “Eccomi, non ho la più pallida idea di cosa fare”. Tim Carney guidava il Ministero dell’ industria e dei minerali, e non gli fu data nemmeno l’ombra di un’informazione a riguardo, o perlomeno una guida su come gestire un ministero. Egli passò i suoi pomeriggi in Kuwait prima di entrare in Iraq navigando disperatamente su Internet, alla ricerca di informazioni sul suo lavoro, ma trovò solo una vecchia biografia di un ministro iracheno, niente di più: non sapeva quanti dipendenti fossero al servizio del Ministero, o quale fosse il numero di fabbriche e aziende a gestione statale. Ordinò dei libri online del più famoso poeta iracheno e presto decise di attenersi al suo verso preferito: “Se un leone mostra i denti non dare per scontato che stia sorridendo”.

Nonostante gli apprezzamenti per la poesia ci furono altri documenti su cui Carney non riuscì a mettere le mani: i rapporti sul progetto “Futuro dell’ Iraq”, di cui abbiamo parlato nel primo capitolo, a riguardo di Dough Feith e il seminario da lui promosso con specialisti da tutto il mondo sul Medio Oriente, che aveva prodotto molto materiale che sarebbe stato utile a Garner ed al suo team, ma che gli fu tenuto nascosto volontariamente. Il progetto “Futuro dell’ Iraq” era il miglior tentativo di Washington di preparare il dopo-Saddam. Gestitoda funzionari di medio livello del Dipartimento di Stato, prevedeva l’organizzazione di oltre duecento esuli iracheni, in diciassette gruppi di lavoro diversi, per approfondire questioni cruciali nel periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto, tra cui: la ricostruzione delle infrastrutture distrutte, la creazione di una stampa libera, la conservazione dei beni storici, l’amminstrazione della giustizia in fase di transizione, lo sviluppo dell’ economia moribonda, e cosa fondamentale: la formazione di un governo democratico. I gruppi di lavoro stilarono un progetto con raccomandazioni sulle politiche da utilizzare, per un totale di circa 2.500 pagine. Si trattava dell’ iniziativa più ambiziosa portata avanti per identificare le priorità di cui occuparsi. Jay Garner, che avrebbe dovuto portare avanti tutto questo nella pratica in quanto capo dell’ORHA (Office of Recostruction and Humanitarian Assistance) non riuscì mai a mettere mano sul progetto “Futuro dell’ Iraq”, e fu lasciato solo.

Qualche ora dopo che un carro armato statunitense aveva rovesciato la statua di Saddam Hussein di fronte all’ hotel Palestine, i saccheggiatori fecero ingresso nella sede del Ministero dell’ Industria, un edificio di nove piani. Visto che non c’erano soldati in giro, i primo arrivati si avventarono sul complesso di cemento e acciaio. Immediatamente fecero sparire i computer,i telefoni e l’attrezzatura più comoda da rubare. Quindi toccò agli armadietti e agli arredi. Furono strappati addirittura i cavi elettrici e le condutture di metallo. Dopo neanche due giorni fu appiccato fuoco all’ intero edificio. Tim Carney (Responsabile industria per l’ORHA) seguì il saccheggio del suo Ministero in diretta sulla CNN, dal suo alloggio in riva al mare in Kuwait. Non riusciva a riconoscere la sua struttura, poichè nessuno gli aveva dato nulla per identificarla, nè fotografia, nè tantomento coordinate geografiche, tuttavia era certo che era tra quelli sacchieggiati e depredati. La maggior parte dei ministeri vennero devastati, compresi gli inventari, gli archivi e i bilanci che avrebbero dovuto verificare i funzionari di Jay Garner, era la peggior partenza possibile per la loro missione in terra mesopotamica. Un aneddoto simpatico, per descrivere il clima tra i membri dell’ ORHA in quei giorni, sono state le riunioni di fronte al televisore dell’appartamento, in cui ognuno cercava di capire quale, tra gli edifici in fiamme, fosse il proprio Ministero o ufficio di competenza, una situazione macabra, ma che descrive appieno il degrado organizzativo di cui era preda la Casa Bianca e tutti i suoi collaboratori. La costernazione si tramutò in rabbia quando si scoprì che nessun soldato aveva protetto gli edifici governativi, e che non esisteva nessun piano immediato per mettere in sicurezza quei locali. L’unico edificio protetto dai marines fu il Ministero del Petrolio. In questa pantomima bisogna fare un passo indietro nel tempo, a circa due settimane prima dell’ intervento: Garner e l’ORHA avevano stilato un lungo elenco dei luoghi che a Baghdad bisognava presidiare, e che necessitavano di protezione militare. In cima alla lista si trovava la Banca Centrale, seguita dal Museo Nazionale. Il Ministero del Petrolio si trovava in fondo alla lista, nella fascia bassa dell’elenco. Due settimane dopo i membri dell’ ORHA scoprirono che l’esercito non aveva trasmesso l’elenco ai comandanti in campo delle operazioni in Iraq. Persino quando l’impatto disastroso dei saccheggi fu chiaro a tutti, l’ORHA fu incapace di indurre i soldati ad intervenire. I saccheggiatori erano addirittura molto vicini alla penetrazione dentro il caveu segreto della Banca Centrale, dove veniva custodito il Tesoro degli Assiri, di valore incredibile.  L’esercito non fornì mai una versione o una scusa per tutto questo danno, il piano di guerra di Rumsfeld infatti non comprendeva truppe sufficenti per proteggere le installazioni governative a Baghdad e nelle altre città principali. A causa del caos e dei saccheggi l’esercito impedì a Garner e ai suoi di mettere piede in Iraq e nella sua capitale.

Dopo lunghe ed estenuanti trattative il comandante in capo nella regione,il generale Tommy Franks cedette e Jay Garner volò a Baghdad il 23 Aprile 2003, dodici giorni dopo che le truppe americane si erano impossessate della città, dodici giorni di saccheggi nelle strutture che avrebbe dovuto governare. Tim Carney e gli altri funzionari dell’ ORHA lo raggiunsero dal Kuwait tre giorni più tardi. Dovettero aspettare tre ore sulla pista dell’ aereoporto di Kuwait City perchè il comando dell’ Hercules C-130 che doveva trasportarli era affidato a un generale di scaglione della retroguardia. Una volta atterrati all’ aereoporto internazionale di Baghdad scoprirono che il convoglio che doveva scortarli nella Green Zone se n’era andato via. Così furono costretti ad un’ ulteriore attesa.
Stiamo parlando di coloro che avrebbero dovuto dirigere la ricostruzione di una Nazione.

(Fonti: IMPERIAL LIFE IN THE EMERALD CITY)

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