Comunicazione guerriglia: tutta un’altra storia (WBB #7)

Perché scrivere di questo angolo di mondo, già sotto gli occhi di chiunque? Come raccontare queste giornate a zonzo per la Palestina? La storia non è il dato oggettivo che gli insegnanti dettano dalle cattedre, ma un dialogo aperto sul bagaglio di tradizioni su cui fondiamo le nostre identità, ci spiega Sami Adwan, professore all’università cattolica, nella quiete del giardino al tramonto che avvolge Betlemme. La storia è un processo di narrazione continuamente riscritto alla luce delle nostre credenze e dei nostri interessi. Secondo la sua equipe di ricerca siamo noi a scriverne la trama; alla luce dell’etica del dialogo la storia è quello spazio bianco che nel suo libro di testo, boicottato dal ministero dell’educazione israeliana, sta in mezzo tra il punto di vista palestinese e quello avversario. Una storia che nasce dall’ascolto di verità altre. Ma inerpicarsi in questo cammino implica ridefinire la propria posizione nel sistema sociale di appartenenze, significa farsi portatori di un messaggio preciso e ciò può avere delle conseguenze. Non si è solo trasmettitori di punti di vista: assumere su di sé le storie che si ascoltano comporta fatica e responsabilità. Narrando ad altri ciò che si è incontrato viaggiando ai margini delle esperienze del dolore altrui, ci si fa interpreti di quel vissuto, che diviene, indirettamente, una parte di noi, e ci provoca, in percentuale omeopatica, sofferenza e indignazione. Il pericolo è credere di aver fatto la nostra parte solo venendo qui ad ascoltare le storie che, smobilitate fragili reticenze, le vittime dell’ingiustizia ti vomitano addosso. Altrettanto insidiosa la trappola nel credere di aver assolto il nostro dovere trasmettendo quanto raccolto, affidando questo delicato compito a un bicchiere di vino o a un messaggio in bottiglia nella blogosfera. L’appello che le storie ascoltate ci rivolgono è ben più impegnativo e radicale. Trasportare emozioni e parole nel nostro mondo fa di noi parte di una lotta comune. Quella per disegnare insieme un mondo in cui i diritti umani di ogni persona siano imprescindibili nell’agire politico di cui siamo protagonisti. Alcune delle persone che abbiamo incontrato, ospitali e persino grate della nostra visita, ci hanno chiesto di essere ambasciatori della loro situazione: rispondiamo loro che, con le nostre parole, combatteremo per la stessa idea di pace, verità e giustizia. Ciò di cui scriviamo dunque non sono che esempi di quest’idea comune. Metterla in parole è renderla possibile, realizzarla nell’orizzonte del possibile. Questi appunti di viaggio non sono che i fili di quell’arazzo. Narrare è resistere.

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