Dall'aula di Tribunale all'impegno quotidiano per la legalita'

Piera Aiello è tornata nella località segreta dove da 18 anni vive sotto altre generalità. Ha lasciato Partanna dove era ritornata per una decina di giorni, la sua città, nel Belice, paese martoriato dalle guerre di mafia e dove forti sono state le collusioni tra Cosa Nostra, la politica e l’impresa.

Dove i sicari mafiosi sono stati nascosti e pronti ad entrare in azione. Dove la mediazione dei capi mafia avveniva per ogni cosa. La vita di ogni giorno era scandita da questi rapporti. C’erano i “ntisi” – le persone rispettate e ascoltate – e c’erano i sottomessi. Un paio di anni addietro a Partanna fu scoperto una sorta di sportello postale dei pizzini del super boss latitante Matteo Messina Denaro. A fare da centrale di raccolta un supermercato, i “pizzini” poi una volta letti venivano stracciati e gettati in una fognatura. Gli investigatori però avevano fatto in modo che i “pizzini” in quella fognatura ci restassero, così li raccoglievano, li ricomponevano con pazienza e ne scoprivano via via i contenuti. A Partanna c’è la famiglia del medico Vincenzo Pandolfo che è rimasto latitante giusto il tempo per prendersi cura dell’anziano patriarca della mafia belicina, Francesco Messina Denaro; quando questi morì, nel 1998, Pandolfo fatto passare qualche tempo decise un giorno di costituirsi al carcere di Pagliarelli di Palermo, mettendo fine al suo essere “uccel di bosco” ’esercito mafioso. Piera Aiello e sua cognata, Rita Atria, negli anni ’80, dopo che la mafia uccise loro marito e suocero (di Piera), fratello e genitore (di Rita), Vito e Nicola Atria, decisero di raccontare quello che ascoltavano veniva detto nelle loro case, dagli “uomini” della loro famiglia. Davanti a loro il procuratore di Marsala di allora, Paolo Borsellino e il sostituto procuratore Alessandra Camassa. Da allora in poi la lotta alla mafia belicina nelle aule di giustizia ha fatto grossi passi avanti, le cosche sono state smantellate. Quello che è accaduto dopo però non ha visto la mafia completamente debellata. Cosa Nostra anche qui si è sommersa, è diventata impresa, vive con i “colletti bianchi” che la sostengono e la animano. Alcuni dei mafiosi condannati sono tornati liberi, dopo avere espiato le pene, girano per il paese, non danno disturbo, apparentemente. Però ci sono e sono conosciuti. Rita Atria quella giovanissima testimone di giustizia suicidatasi sconvolta dalla strage di via D’Amelio, esattamente una settimana dopo l’uccisione di “zio” Paolo, come lei e Piera lo chiamavano, dopo essere rimasta dimenticata, sepolta nel cimitero del paese, ogni anno, ad ogni 26 luglio, viene ricordata. Così come viene ricordato Rocco Chinnici il capo del pool antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo anche lui ucciso con una autobomba nel 1983. A Partanna, che lo ebbe pretore, hanno costituito una fondazione. Insomma l’aspetto cerimonioso della lotta alla mafia non manca a Partanna.

E’ in questa Partanna che Piera Aiello ha deciso settimane or sono di tornare. E lei come i mafiosi è passata dai suoi concittadini quasi con il non essere vista. Nella sua casa in tanti da ogni dove della Sicilia sono venuti a darle sostegno e solidarietà per quello che le stava accadendo. I partannesi, a parte conoscenti e familiari, sono rimasti distanti, lontani. La sua storia nel frattempo veniva raccontata da tv e giornali. Nessuno poteva certo dire di non sapere. Lei a Partanna c’è tornata per andare a parlare con i magistrati ed i giudici che negli anni l’hanno citata nei processi, per sapere se come sosteneva il Viminale, ministero dell’Interno, lei non era più una testimone di giustizia, e che per questa ragione non era più da proteggere. Ha ricevuto ben altre risposte dai Palazzi di Giustizia, e il ministero ha cambiato idea, Piera è tornata una testimone da proteggere. Ed è così tornata nella sua nuova città dove vive sotto altro nome, con una nuova famiglia.

È una parentesi della tua vita, da testimone di giustizia, da raccontare quella che ti ha visto alzare i toni nei confronti di uno Stato “disattento”. Oggi sei tornata sotto protezione.

«Faccio una premessa – risponde Piera Aiello – devo dire grazie a tante persone della società civile, associazioni, parlamentari (in particolar modo al sen. Lumia che mi è stato accanto anche umanamente), giornalisti “liberi” che hanno fatto sì che l’importanza della notizia vincesse sulle pressioni. L’elenco dei nomi  è stato già indicato nel comunicato stampa dell’Associazione “Rita Atria”. In più vorrei dire grazie a chi mi ha permesso di credere ancora nello Stato con la “S” maiuscola. Grazie alla dott. Camassa e a Luigi Ciotti per il conforto e a tutti quegli uomini delle forze dell’ordine che hanno vissuto con imbarazzo le non scelte dall’“alto”.   Ma… non me ne voglia nessuno se convergo il mio pensiero ad una persona in particolare».

Una persona che immagino è facile trovare nei giorni del tuo ritorno a Partanna. Intanto hai ripensato a tutto quello che è accaduto?
«Domenica 11 ottobre sono tornata in località protetta, fermandomi a pensare ed a fare il punto della situazione degli ultimi avvenimenti; non posso non rivivere la settimana travagliata e sofferta che ho passato con delle persone che mi hanno fatto da scudo umano. Sì, vi chiederete se la parola scudo non sia esagerata, ma è stato così. Al mio arrivo a Partanna, vengo a sapere che per me non erano predisposte protezioni speciali come in passato, ma solo una vigilanza discreta, cioè il passaggio di una macchina dei carabinieri ogni tanto (un “tanto” molto lungo); una vigilanza talmente discreta che la notte rare volte abbiamo visto effettuare tale servizio. Tutto dura da domenica 4 ottobre  (ora di pranzo) a venerdì 9 (fino alle 8.30 del mattino).  Alla luce di quanto successo mi sembra non solo doveroso, ma fondamentale far sapere all’opinione pubblica che in tutta questa mia vicenda (di cui credo si conosca ampiamente il susseguirsi degli eventi), accanto a me c’è stata una grande donna, una grande amica, che con sprezzo del pericolo che correva con me, anzi più di me, non mi ha mai lasciato sola: parlo della dott. Nadia Furnari. Con lei da 15 anni condivido gioie e dolori; una persona che in qualsiasi momento ha saputo tendermi una mano, la spalla amica su cui ho pianto; è stata ed è colei che quando avrei voluto abbandonarmi all’oblio, come la mia carissima cognata Rita Atria, non me lo ha concesso, afferandomi, metaforicamente ma più che metaforicamente, per i capelli e facendomi capire che la vita è bella anche se dura, che si deve combattere nonostante tutto. È colei che mi ha dato speranza, fiducia, che è stata ed è mio punto fermo, mia certezza».

Nadia è importante per te?
«A lei devo tanto, oserei dire la mia vita, quella vita che alcuni uomini delle istituzioni avevano spremuto e buttato via; l’impegno di Nadia ha fatto sì che questi ultimi si rendessero conto dell’importanza che ha un testimone nella società. A lei oggi voglio esprimere tutto il mio affetto e la mia riconoscenza con una sola parola, piccola, ma che racchiude l’essenza della vita: “grazie”. Grazie a te Nadia, piccola grande amica, una cosa te la posso promettere già da adesso: penso che nessuno e dico nessuno ci potrà dividere, in nessun modo, fisico o mediatico, siamo due persone estremamente diverse, ognuno di noi ha la sua storia, il suo passato, le sue esperienze, ma ci accomuna: la lotta alla mafia, e la voglia di giustizia».

I giorni a venire, il tuo impegno hai detto che continua, come?

«I giorni a venire saranno sicuramente molto duri, perchè ancora si continua a parlare di uno Stato che non è un bancomat, ancora si tende a cambiare le carte in tavola. Qui  si parla di sicurezza, si parla di vite umane e uomini di Stato tentano ancora (arrampicandosi sugli  specchi) di far passare i testimoni come gente che vogliono essere mantenuti, non tenendo conto che non esiste un prezzo per una vita umana! Questo è uno Stato strano, non si bada a spese solo quando si muore mentre non si riconoscono i diritti in vita. Se la mafia mi uccidesse alla mia famiglia toccherebbero soldi, posto di lavoro e vitalizio. Noi chiediamo allo Stato di arrivare prima e di assicurarci innanzitutto il diritto a Vivere serenamente con le nostre famiglie (per quanto possibile) e poi di rispettare le leggi stabilite dal Parlamento adottando metodi uniformi e non discrezionali. il mio impegno? Quello insieme all’associazione Rita Atria. Lotteremo  giorno per giorno contro ogni tipo di ingiustizia, per far valere i diritti di ogni singolo testimone, perchè noi abbiamo fatto il nostro dovere, adesso ci aspettiamo che lo Stato faccia il suo».

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