Estamos hasta la madre – la carovana del Messico che resiste contro i narcos

1889 chilometri separano Cuernavaca, la città dell’eterna primavera ccon i suoi 360 giorni di sole all’anno, da Ciudad Juarez, la città più pericolosa al mondo con i suoi 7000 morti negli ultimi due anni. Una distanza che la scorsa settimana è stata coperta da mille giovani messicani della “Rete per la pace con giustizia e dignità” guidata dal poeta Javier Sicilia, diventato uno dei simboli della dignità messicana. Dopo l’assassinio del figlio Juan Francisco, il poeta non è stato zitto e ha lanciato una lettera per denunciare e per chiedere giustizia. Un appello che è stato raccolto da migliaia di messicani e che da lunedì scorso è stato portato fisicamente in marcia fino a Juarez. Dal 4 al 10 giugno centinaia di giovani hanno attraversato i luoghi del Messico che resiste, incontrando e unendo il cammino con altre associazioni che provano a lottare contro il narcotraffico. Tante le storie raccolte durante il viaggio e raccontate in diretta dalla web ardio di Cuernavaca RadioChinelo. Storie come quelle degli abitanti di Vicente Guerrero, un piccolo paese preso letteralmente in ostaggio dai narcos. Qui vige il coprifuoco. Gli abitanti sono costretti a rincasare prima del tramonto per evitare di essere vittime di sparatorie. Qui puo’ capitare che i narcos telefonino ad una donna ordinandole di cucinare per decine di sicari. In caso contrario, si rischia la morte. Ma per una volta qui come nelle altre tappe della carovana, gli abitanti hanno trovato il coraggio di uscire per strada per denunciare i crimini dei narcos e l’impunità diffusa che regna in Messico. Basta pensare che il 95 % dei crimini rimane impunito. “Abbiamo perso la paura” ha commentato Javier Sicilia. Ma è stata una carovana anche di condivisione del dolore, di elaborazione del lutto collettiva. Lungo il cammino i famigliari delle vittime si sono potuti incontrare e hanno potuto condividere le proprie storie. E non a caso uno dei punti centrali del patto firmato dai carovanieri a Juarez è proprio quello della memoria. Un elemento da recuperare e da enfatizzare per evitare che i morti siano considerati solo “danni collaterali”, ma vere e proprie vittime. La spirale di violenza in Messico continua ad essere alimentata dall’impunità, dalla corruzione e dalle strategie militari di repressione trovando terreno fertile nella società civile disgregata. Ma in questi ultimi mesi sembra che questo ultimo dato stia cambiando. Il grido “Estamos hasta la madre” ovvero “Ci siamo rotti le scatole” si sta alzando sempre di più in tante zone del paese e grazie alla carovana è arrivato anche a Ciudad Juarez dove i mille giovani lo hanno urlato a due passi dalla frontiera, insieme ai messicani che sono stati costretti all’esilio negli Stati Uniti per sfuggire alle minacce dei narcos. Tra questi è comparsa anche Marisela Ortiz, dell’associazione Nuestra Hijas de Regreso a Casa, esiliata dallo scorso marzo quando uno striscione di minaccia è comparso di fronte alla scuola dove insegnava. Di fronte all’ennesima minaccia Marisela è dovuta scappare al di là della frontiera insieme alle sue figlie: “Ciò che desidero di più è di tornare a Juarez, ma non posso: mi manca molto il mio lavoro e quello che facevo lì” spiega Marisela. Una donna, ciitadina onoraria della nostra città, che la rete di Salvagente (salvagente.acmos.net) aveva conosciuto nello scorso autunno grazie ai compagni dell’associazione Sur e con la quale nonostante la distanza il legame di condivisione delle difficoltà non è venuto meno. Oggi ancora di più, Marisela e gli attivisti messicani non devono essere lasciati soli.

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