Fare impresa "etica" sulle terre confiscate alla ndrangheta

Giovedì 18 Novembre

ildomanidellacalabria.it

Una lezione incentrata sulle difficoltà della produzione in terreni conquistati alla ndrangheta. È stato questo, sostanzialmente, il seminario organizzato da Copagri il pomeriggio dell’11 novembre, sul tema “Economia produttiva agricola, cooperazione, rafforzamento della legalità”, nell’amibito della Fiera euro – mediterranea Food & Beverage, presso il centro commerciale Le Fontane. Relatori, i rappresentanti di alcune cooperative calabresi che producono

su terreni confiscati: don Salvatore Santaguida, della Cooperativa “Talità Kum”, operante nella provincia di Vibo; il dr. Antonio Napoli, della Cooperativa “Valle del Marro – Libera Terra”, operante nella piana di Gioia Tauro; Tommaso Innocenti, coordinatore dell’Ats (associazione temporanea di scopo) di Crotone. Ad introdurre, il presidente di Copagri Calabria, Carmelo Vazzana, che ha affermato la necessità di «fare quadrato con le Istituzioni per utilizzare al meglio i beni confiscati alla criminilità organizzata, ma non solo, perché il cambiamento deve venire dal basso, dalla società civile». Un processo che si profila lungo e difficile da realizzare in una regione in cui la cosiddetta società civile è portata per lo più all’indifferenza, piuttosto che alle battaglie per la legalità. Ma gli esempi positivi ci sono. Don Salvatore continua la tradizione dei parroci “di battaglia”, coloro i quali uniscono alla parola di Dio l’impegno concreto nella società e la contrapposizione quotidiana contro il fenomeno criminale che, spesso, sembra l’unico “prodotto” della Calabria. La Cooperativa “Talità Kum” è nata per poter dare una risposta ai giovani del comprensorio di Vibo Valentia: «Cercando di risolvere il problema dell’emigrazione lavorativa, sentendo il cuore di questa terra, puntando cioè all’agricoltura, che è una delle possibilità di sviluppo della Calabria insieme a turismo ed artigianato».  La cooperativa di don Salvatore punta tutto sulla produzione di olio extravergine d’oliva, vino e prodotti tipici. L’olio è la maggiore risorsa, poiché se ne riescono a produrre circa 120 mila litri: un risultato di buon livello, se si pensa alle difficoltà che la cooperativa affronta quotidianamente per incrementare le risorse economiche, la politica che non aiuta più del minimo sindacale, la lunghezza dell’iter burocratico. Un sunto di tutte le arretratezze della Calabria. Antonio Napoli lavora per la “Cooperativa Valle del Marro – Libera terra”. La cooperativa è attiva già da tre anni e ripropone l’esempio di quella che è una struttura gemella, parallela, in Sicilia, l’altro territorio che ha, insieme alla Calabria, il maggior numero di beni confiscati alla mafia.  È sintomatico come l’esempio siciliano si sia cercato di riproporlo nella piana di Gioia Tauro, una delle zone della Calabria a maggiore densità mafiosa. Rifacendosi (e consociandosi) all’esempio di Libera, l’associazione di Don Ciotti che ha dato il la al riutilizzo dei beni confiscati alla mafia avvalendosi di una legge del 1996 che, fino al 2000, aveva avuto uno scarso utilizzo. L’indifferenza della gente, sicuramente, è uno dei mali principali da combattere: «La Calabria ha bisogno dei calabresi». Come non dar ragione ad Antonio Napoli quando pronuncia queste parole. Alla Cooperativa “Valle del Marro – Libera Terra”, ci sono riusciti: «Gestiamo circa 120 ettari di terreni confiscati alla mafia, per lo più uliveti, da cui ricaviamo un olio extravergine di buona qualità. Vendendo anche prodotti tipici riusciamo a dare lavoro a 15 persone della zona e vorremmo riuscire ad internalizzare tutta la filiera (cioè produrre tutto in proprio)». Combattere la mafia, e produrre secondo determinati standard etici. Imprenditori, certo, ma con saldi principi morali: «Con la cooperativa Valle del Marro facciamo impresa etica. Due concetti complementari, che ci permettono di fare impresa di qualità e di portare avanti un tipo di lavoro nella piena legalità, che non sia vincolata all’assistenzialismo e, soprattutto, che non scenda a patti con nessuno». Quello della Valle del Marro è il progetto calabrese in fase più avanzata, che ha già incontrato varie difficoltà iniziali, dagli scarsi finanziamenti alla riattivazione dei beni confiscati (che nella maggior parte dei casi erano inservibili), e continua a incontrarne, con la controffensiva ndranghetista e le sue implicazioni psicologiche, sia su chi lavora, sia sulla popolazione. Due esempi già attivi, “Talità Kum” e “Valle del Marro”; uno che sta per partire, quello dell’Ats di Crotone, che mira a riutilizzare i terreni mafiosi confiscati fra Isola C.R. e Cirò. Anche qui, in una zona quasi del tutto soffocata dalla malavita organizzata. A parlarne è il coordinatore Tommaso Innocenti: «Costituendo questa Associazione Temporanea di Scopo vogliamo gestire circa 110 ettari per far partire un progetto rilevante sia dal punto di vista economico che lavorativo. E cominceremo subito, perché la difficoltà è far partire il progetto e togliere i terreni alla ndrangheta immediatamente: per questo abbiamo puntato sulla coltivazione biologica del grano. Partire subito, e bene, è essenziale. Dopodiché bisognerà coinvolgere le più grandi organizzazioni, dalla distribuzione alle aziende del biologico». Fare rete, restare uniti per resistere, è il “trait d’union” di tutti gli interventi del seminario. Restare soli, contro la ndrangheta e l’indifferenza della gente, sarebbe esiziale. Lo sanno bene i responsabili delle cooperative, così come la politica, presente al seminario con il dr. Giovanni Aramini, dell’Assessorato all’agricoltura della Regione il quale, prendendo atto delle realtà virtuose, ha snocciolato una serie di dati, impietosi, su quello che è l’andazzo generalizzato, purtroppo, dell’agricoltura e delle imprese agricole calabresi, fra grosse somme di denaro sperperate, rispedite al mittente o utilizzate per altri fini. Ulteriore annotazione su quanto sia necessario coordinarsi, creare sinergie e cercare di migliorare, a livello organizzativo, produttivo, commerciale ed etico.

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