Flight back, fight back (WBB #12)

“Non dire addio, qui si usa solo arrivederci” mi dice un amico palestinese, nonostante le restrizioni che i residenti (essere considerati cittadini è tutt’altra cosa) hanno nel lasciare il paese, visto che l’aeroporto di Tel Aviv è concesso solo ai turisti e in ogni caso i visti sono la miglior forma di controllo su una popolazione rinchiusa in questo territorio militarizzato, alla fine comunque ci si rivede sempre, perché in Palestina si ritorna. Sarà per via dei bambini di At-Tuwani che vedi crescere, sarà per H. del Comitato Popolare che ti spiega come la chiave della strategia di resistenza nonviolenta è la perseveranza, sarà il deserto, sarà il melting pot di Gerusalemme, sarà che ancora non si sa che fine hanno fatto due attori del Freedom Theatre di Jenin, arrestati dall’esercito israeliano perché con il loro attivismo culturale rappresentavano una minaccia alla sicurezza della regione (questa è l’accusa, ma gli avvocati ancora non hanno potuto incontrare i loro assistiti), sarà perché molti amici qui non sono potuti nemmeno arrivare, come i pacifisti della Freedom Flottilla bloccati dai governi europei collusi con la politica di embargo israeliana sulla Striscia di Gaza, sarà semplicemente la sensazione di essere al posto giusto, perché in fondo questa lotta è anche nostra perché i diritti sono di tutti,… insomma qui si ritorna.  Con questa promessa ci accingiamo alle angherie della polizia di frontiera, alle loro domande fastidiose e ripetitive, che sigillano l’amarezza verso i giovani israeliani di leva convinti, in questo modo, di stare difendendo e costruendo il loro paese. Ma quale Israele sta crescendo con la paura, l’ingiustizia e le armi? Gli slogan durante le manifestazioni a Sheik Jarrah, quartiere occupato di Gerusalemme Est, dicevano: “They said apartheid, we say fight back”!

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Una risposta

  1. agosto 5, 2011

    […] Da: Salvagente […]