Giorno 4

Giorno 4:  Recinti e beduini

Separati solamente da una recinzione e dal filo spinato, ogni giorno i beduini del villaggio di Um-akel osservano i visi dei loro vicini: gli abitanti della colonia di Karmel. Siamo alle porte del deserto del Negev dove 85 beduini vivono letteralmente circondati dalle eleganti villette a schiera e dagli allevamenti dei coloni. Sono arrivati qui dopo la “Guerra dei Sei giorni” dopo aver comprato la terra. Con il tempo però, il governo israeliano utilizzando la scusa della costruzione di una strada by-pass, riservata solo agli israeliani, ha iniziato a rubare la terra ai beduini facendoli spostare sempre più verso il deserto. Ma, dopo la strada, sono arrivate anche le prime case israeliane che si sono moltiplicate sempre di più. Con l’arrivo dei coloni, sono iniziati così i primi problemi. Dai confini dei pascoli, fino al fumo del forno palestinese, che può essere utilizzato come pretesto dai coloni per fare intervenire l’esercito. Il forno, così come le baracche palestinesi, sono state costruite con le lamiere e con la terra e l’acqua arriva su piccole cisterne caricate sui dorsi dei muli. Dall’altra parte della recinzione invece, i suv e le jeep bianche dei coloni sfrecciano lungo le strade asfaltate. “La Bibbia dice che se il tuo vicino ha fame devi dargli del cibo. Perché i nostri vicini ebrei non rispettano questo comandamento?” scherza un vecchio beduino avvolto nella kefia e dal volto scavato dal sole e dal lavoro. Attorno a lui i bambini del villaggio giocano a calcio nell’unico spazio in piano. Una scena apparentemente normale, se il pallone, quando esce in fallo laterale, non rimbalzasse contro la recinzione e il filo spinato.

Giorno 4: Vivere o sottoesistere?

Abbiamo lungamente esplorato le valli intorno a Tuwani. I nostri amici, volontari della Colomba, ci raccontano la vicenda di un palestinese del villaggio, che alcuni tempi fa ricevette la tipica proposta che non si poteva rifiutare: vendere il suo terreno, da anni appartenente alla sua famiglia, ai coloni, a qualunque cifra lui volesse. Se avesse accettato, i coloni avrebbero avuto buon gioco a legittimarsi nella valle avendo comprato della terra legalmente, potendo continuare l’espansione della propria colonia. Il palestinese rifiutò e si trovò nottetempo con gli alberi di ulivo recisi a metà del tronco. Un’azione che ha il sapore dell’intimidazione, tanto frequente in contesti italiani ad alta densità mafiosa.

A Tuwani la resistenza si fa giorno dopo giorno, nella quotidianità. Quando devi semplicemente “tirare a campare”, sfamare la tua famiglia, portare al pascolo le tue pecore. Il dramma perverso sta tutto qui, in questo intricato e paradossale nodo: riuscire a mantenere lo stile di vita non violento, in questo strano pezzo di mondo, non quando il conflitto esplode, ma nella vita di tutti i giorni; quando la calma apparente tutto confonde e livella; quando tutto sembra essere fin troppo fermo, anche se profondamente reale. Per riuscire, come ci ha ricordato un amico in questi giorni, non semplicemente a “sottoesistere”, ma dignitosamente a vivere.

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