Giustizia climatica e sociale

Si dispongono in file ordinate per le vie centrali di Città del Messico con i bastoni tra le mani e i fazzoletti avvolti sul collo. Sulla destra i ragazzi, al centro le donne e a sinistra gli uomini. Sono scesi dai loro villaggi dagli stati di Morelos, del Chiapas e dalle miniere di San Luis de Potosì per chiedere una sola cosa: giustizia climatica e sociale. Sono i tanti campesinos che vivono oggi sulla propria pelle gli effetti del cambiamento climatico. Sono scesi in piazza questo pomeriggio inscenando una protesta colorata e pacifica quanto determinata che è arrivata davanti al palazzo del governo nello Zocalo, la piazza centrale della capitale.

Insieme a loro hanno marciato anche i sindacalisti dello Sme, il sindacato messicano degli elettricisti, uno dei più colpiti dai massicci licenziamenti di mano governativa. Decine di migliaia di lavoratori lasciati a casa dal giorno alla notte che chiedono ancora oggi giustizia. Ed è proprio nella sede del sindacato che questa mattina si è tenuto il social forum per la giustizia climatica che ha aperto le danze della protesta contro il Cop16. Sul palco dell’auditorium hanno parlato scienziati e attivisti intervallati dai continui slogan lanciati dalla platea.

«Il cambiamento climatico sta già facendo le sue vittime. E se parliamo di vulnerabilità, parliamo di povertà, perché è la povertà la chiave di lettura alla luce della quale bisogna leggere la vulnerabilità causata dal cambiamento climatico» sostiene Alejandro Nadal, economista messicano. La crisi è sistemica e quella climatica non è che un pezzo di un puzzle più ampio: rappresenta il fallimento del neoliberismo. La mercificazione dei beni comuni non è una soluzione ai problemi del pianeta. «Chiediamo sovranità alimentare – sostiene l’attivista basco Paul Nicholson – la soluzione deve partire da qui, dal diritto dei popoli di decidere cosa mangiare, e come produrlo».

L’attenzione è ora concentrata sul controvertice di Cancun e sulle carovane climatiche partite questa mattina dalla capitale. In tre giorni i rappresentanti delle comunità campesine e indigene attraverseranno i luoghi colpiti da disastri ambientali e minacciati dai grandi progetti voluti dalle multinazionali. Oggi sarà il turno di Puebla e Veracruz.


Non c’è un pianeta



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