''Ho paura, ma non mi fermeranno''

di Mauro Giordano – 13 ottobre 2010
Il giornalista antimafia racconta gli anni di impegno per combattere Cosa Nostra.

«Per me i mafiosi sono solo dei pezzi di merda». Parola di Pino Maniaci, direttore di Telejato, il canale televisivo che ha fatto della lotta alla mafia la propria ragione di vita. Le sue inchieste contro Cosa Nostra hanno da tempo valicato i confini regionali e dopo le cronache nazionali, la sua storia ha attirato l’attenzione anche all’estero: «La Cnn si è occupata del mio caso, e nei prossimi giorni lo farà pure il quotidiano tedesco Bild».

Ma fare luce sugli affari oscuri della malavita organizzata gli è costato molto. Vive da anni sotto la protezione dei carabinieri. Minacce, avvertimenti e addirittura un pestaggio, avvenuto nel gennaio del 2008 da parte del figlio del boss Vito Vitale. Da qualche mese è inoltre emersa un’altra notizia agghiacciante: «Dalle rivelazioni del pentito di mafia Francesco Briguglio si è saputo che i capi dei clan avevano dato il loro assenso per farmi 0 fuori. Lo stesso Briguglio doveva essere il mio carnefice».

A Partinico, Telejato è diventata in poco tempo una presenza scomoda. Sono passati undici anni da quando Maniaci, ex imprenditore edile, l’ha salvata dal fallimento condividendo questa esperienza con tutta la famiglia. Oggi si vede in venticinque comuni, in quel territorio tra Palermo e Trapani, storicamente noto per la forte presenza criminale: Corleone, San Giuseppe Jato, Montelepre, Cinisi e altri piccoli centri. Un cane da guardia che dà fastidio a molti: «Il giornalista deve essere un missionario. Deve avere il coraggio di liberare la propria terra dai mali che la affliggono – spiega Maniaci – noi facciamo nomi e cognomi dei mafiosi che infestano il nostro territorio».

Attacchi duri e tanta ironia sono le armi con le quali si prova a combattere la Piovra: «Molti paragonano la nostra televisione alla Radio Aut di Peppino Impastato. Negli anni abbiamo ricevuto più di trecento querele. Ma finora abbiamo vinto tutte le cause. Nonostante i tanti problemi, soprattutto economici, portiamo avanti le nostre battaglie». A finire nei servizi della rete privata non solo gli appartenenti alle cosche ma tutti coloro che potrebbero avere legami con Cosa Nostra. Spesso, purtroppo, rappresentanti della politica e dell’imprenditoria: «Oggi il politico ama essere “u spertu ‘mmenzu i babbi”, ama prendere in giro, questo perché manca l’informazione. I giornalisti dovrebbero fare una cosa semplicissima: raccontare i fatti».

L’Italia di oggi, definita un «Paese nel quale ciò che è anormale diventa normale», per Maniaci avrebbe bisogno di un ricambio della classe politica, necessario per recidere il cordone ombelicale tra Stato e criminalità: «L’Italia ti sembra un Paese normale? Si sta rendendo impossibile l’uso delle intercettazioni telefoniche. Si stanno tagliando i fondi alle forze dell’ordine. Non si investe nella scuola, che è fondamentale per creare nei cittadini del futuro un senso di legalità. Ed è necessario creare lavoro, perché la disoccupazione fa aumentare il clientelismo».

Maniaci è stato protagonista anche di una vicenda che lo ha visto contrapposto all’Ordine dei Giornalisti di Sicilia che gli chiese i danni per l’esercizio abusivo della professione. Lui non aveva mai fatto richiesta di iscrizione all’Albo: «Il 30 maggio 2009 mi è stato riconosciuto il tesserino da pubblicista. Si è chiusa per me una vicenda dolorosa, che ritengo grottesca. Secondo me per combattere la mafia servono le palle, non una tessera».

Problemi che non hanno scoraggiato il giornalista: «Vedo piccoli segnali che mi aiutano ad andare avanti. Bisogna rompere una scorza molto dura, ma poi otteniamo risultati che mi danno coraggio. Il 90% dei commercianti che lavorano nel territorio raggiunto dal nostro canale non paga più il pizzo. Credo in Giovanni Falcone che diceva che la mafia come ogni fenomeno umano ha un inizio, un’evoluzione e una fine».

La vita precedente, quella da studente di medicina e grande appassionato di giornalismo, sembra lontanissima: «Quando ho iniziato non avrei mai pensato di arrivare a questo punto. Certo che ho paura – ammette con voce emozionata – per me è fondamentale mantenere i riflettori sempre accesi. Devo tenere alto l’impatto mediatico perché il vero pericolo arriverà quando poserò il microfono. Nella vita ci sono tante cose indecifrabili ma io ho una certezza: la mafia non dimentica».

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