I delitti d'onore nella scala della giustizia in Iraq

La legge rappresenta la giustizia, ma questa regola vale anche per l’uccisione di mia figlia? Dov’era il governo e la polizia quando suo marito (il marito di mia figlia) la uccideva e ne portava via il corpo?
Parole della madre di una vittima di delitto d’onore il 3 Febbraio 2010.

Dal 2008 al 2010, l’Associazione Al Amal, ramo di Kirkuk, ha condotto un’indagine permanente sui casi di delitti d’onore.
Al Amal ha intervistato diversi casi riguardanti questo fenomento: incluse vittime sopravvissute, famiglie, criminali, ufficiali di governo, giudici, capi tribù, religiosi, funzionari funebri e professori universitari. Abbiamo svolto alcune analisi su questa drammatica realtà in collaborazione con membri di questa ONG.

La Corte di giustizia di Kirkuk ammette che la giustizia irachena oggi incoraggia gli omicidi in questo settore: i procedimenti penali spesso si conludono a beneficio dell’assassino, l’accusato non viene punito in concordanza con la legge competente in materia. Questo crea un grande vuoto, e una grande rabbia, nelle vite di chi ha perso brutalmente un proprio caro, che si vede negato l’equità e l’arbitrio, una ferita destinata a durare oltre i giorni dell’udienza in tribunale.

La popolazione di Kirkuk è composta da Arabi, Curdi e Turkmeni. I valori tribali hanno per secoli dominato questi popoli, e hanno incoraggiato la violenza sulle donne per generazioni. Lo scopo di un delitto d’onore è di eliminare la “macchia” sofferente sull’immagine di una famiglia, macchia causata dal comportamento peccaminoso o semplicemente imbarazzante della vittima. Non ci sono leggi che giudicano, non ci sono avvocati o periti, molte volte bastano i pettegolezzi, le voci di quartiere, le chiacchere davanti a un tè in un locale, magari neanche veritiere, per decretare il destino di una donna.
Rispetto e onore: sono due assetti fondamentali nella società, e l’omicidio è l’unico modo per continuare a preservarli, l’orrore per l’onore.

A Kirkuk la crisi politica e i frequenti scontri tra partiti e fazioni per ottenere il controllo della provincia ricca di petrolio hanno portato ad una sostanziale crisi del sistema giustizia, che ha spalancato le porte a fenomeni di corruzione finanziaria e amministrativa. Siamo di fronte ad uno scenario di guerra tra bande, dove cambiano i colori, ma non i metodi, le elitè al potere da decenni utilizzano i poteri di cui dispongono per concessioni edilizie verso personaggi a loro vicini e per avvallare punizioni verso voci libere o sgradite, quali organizzazioni per i diritti umani e giornalisti. La devastante condizione dell’economia irachena, basata su favoritismi e concessioni corrotte, è uno dei pilastri del conflitto armato.

Lo stato in mutevole cambiamento di questo quadro sociale ha permesso che large fascie di criminali colpissero indisturbati, con la legge del più forte che viene a sostituirsi alla legge dello Stato. Il delitto d’onore si viene ad inserire all’interno di questa triste narrazione: esso è esistito per decadi, senza che alcun timido tentativo di soluzione fosse tentato in Parlamento e nelle istituzioni, si tratta di una completa omissione, di un velo d’ombra che avvolge e fa soccombere centinaia di adolescenti e donne, che muoiono nel dolore e nell’oblio.

Nella Sharia ” Il delitto d’onore è discriminante ed è rifiutato dall’ Islam“.
L’Imam della Moschea di Alsukan Al-Jadeed, a Kirkuk, il dottor Serwan Ahmed Qader afferma che: “Non ci deve essere alcuna discriminazione nei crimini tra uomo e donna. Uomo e donna sono uguali in diritti, doveri e di fronte alla giustizia“.
Dove va ricercato quindi il motivo per le uccisioni?
Alle origini dell’ Islam il destino di un’adultera era quello di “essere relegata in casa fino a quando Dio avrebbe cambiato la sua sorte”, per un uomo invece si trattava di essere solamente “percosso e insultato”, ma non necessitava di rimanere a casa. In seguito venne aggiunta un’altra regola in un versetto: “La coppia che commetterà adulterio andrà punita con percosse, ma se si intravederà il pentimento si dovranno abbandonare alla misericordia di Allah”.
Alcuni studiosi hanno conventuto che il secondo verso cancella il primo, e che quindi le pene corporali andranno estese sia all’uomo che alla donna; altri ritengono che il primo verso rimane in vigore, quindi la donna deve venire percossa e successivamente rimarrà chiusa in casa, mentre l’uomo, dopo le pene corporali potrà uscire per andare a lavoro.
Il versetto finale sembra cancellare i due precedenti: “I credenti dovranno condannare gli adulteri a cento frustate ognuno“.

Secondo Abdul Khaliq Omar Juma autore di: “The crime of adultery between Sharia and Iraqi law“, il delitto d’onore viola in tre punti la Sharia:
La prima violazione consiste nel fatto che si esegue la pena senza i testimoni, che devono essere almeno quattro, la seconda si trova nel versetto coranico che evidenzia come la punizione per gli adulteri sia di essere frustati, mentre la terza violazione consiste nel prevaricamento, da parte di chi uccide, dello Stato Islamico, che ha le sue leggi e le sue autorità esecutive, che detengono il potere giudiziario e hanno il dovere di farlo rispettare.

Il Codice Penale Iracheno, tramite l’articolo 128, tollera il il delitto con la formula dela “motivazione onorabile”, che consente di giustificare il fatto criminoso e di ridurre considerevolmente la pena all’imputato. La Direttiva numero 111, del Consiglio Rivoluzionario, datata 1990, rinforza il concetto di “giustificazione legale”. Uccidere una donna della propria famiglia per ristabilire la dignità o per cancellare la vergona subita è una motivazione sufficiente. Nel 2001 viene modificato l’articolo 409 del Codice Penale, che limita, tramite attenuanti, le punizioni verso l’uomo che dopo aver scoperto sua moglie commettere un adulterio la uccide o la ferisce gravemente.
Qualsiasi persona che, dopo aver scoperto sua moglie o la sua fidanzata a letto con un altro uomo, agisce in maniera tale da causare l’invalidità permanente o la morte di una delle due persone o di entrambe non può essere condannato ad una pena superiore a tre anni. Non può essere utilizzata alcuna aggravante verso chiunque si serva di questa condizione“.

Non sono state fatte ulteriori modifiche, a livello nazionale, alla legge dalla caduta di Saddam Hussein nel Marzo 2003, nonostante la nuova Costituzione, votata dal Parlamento nel 2005 affermi (nell’articolo 14) che: “Gli iracheni sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso,razza,etnia,colore,religione,credo o condizioni sociali”.

Ahmed, responsabile di un centro anti-violenza, dichiara: “Molte donne vittime di violenza vengono da noi in cerca di un aiuto, alcune rimangono pochi mesi, altre anche un anno. Durante tutto il periodo della loro permanenza noi studiamo i loro casi tramite l’aiuto di alcuni esperti dai campi psicologico e medico, in maniera tale da giungere ad una soluzione in concertazione con le famiglie. In molti casi noi notiamo che fratelli, padri o nonni in realtà non desiderino commettere un omicidio, ma si sentono fortemente pressati a farlo dal contesto sociale che li circonda e li incoraggia“.

La responsabile di Al Amal a Kirkuk è una giovane donna laureata di nome Fatima, ha il volto forte di chi ha visto molte sofferenze, ed è fermamente decisa a portare con coraggio a termine il proprio compito.

La dottoressa Fatima mi spiega che, durante le loro ricerche, hanno intervistato tre imputati di omicidio volontario, e ogni visita si è rivelata un rischio continui per gli operatori: “Un padre omicida è stato molto rude, non ci permetteva di prendere alcun appunto o di registrarlo, un altro ci ha minacciato di morte, mentre l’ultimo ha tentato in ogni modo di evitare il contatto con noi“. Continua Fatima “Un dato importante da sottolineare consiste nel fatto che ogni colpevole prova un senso di rifiuto e di rammarico molto forte quando si affronta l’argomento, quasi volesse cancellare quella pagina della sua vita“.
Uno degli intervistati da parte dei membri di Al Amal si sente profondamente a disagio per le sue azioni passate, e ora è diventato un difensore dei diritti delle donne. Un’altro confessa che quando ha ucciso sua madre aveva 17 anni, il fatto lo aveva profondamente turbato e ora ha difficoltà a dormire (intervista raccolta a Daquk-Marzo 2010). Ancora un ulteriore testimonianza “Non mi perdonerò mai per quello che ho fatto. Ora supporto completamente l’abolizione dell’articolo 409. Sono una persona completamente diversa e ora penso che chiunque abbia diritto di vivere, e nessuno può arrogarsi la volontà di togliere la vita al prossimo“(Kirkuk-Aprile 2010).

Le immagini che vengono a comporsi sono strane, sbiadite, come di un mondo che partorisce mostri ma si vergona di ciò che ha compiuto, molti in città e in provincia condannano fermamente questi avvenimenti, eppure essi continuano a ripetersi. Un Imam di Kirkuk afferma che “Il delitto d’onore viola la legge islamica, perchè essa ci dice di comprendere questi casi. In moschea riceviamo di continuo lamentele circa l’infedeltà matrimoniale, alcune di esse culminano con il divorzio. Molti di questi casi, circa il 95% sono provocati da donne. La motivazione a ciò è riconducibile alla crisi economica e alle difficoltà sociali che hanno le donne in Iraq, sul lavoro e in altri contesti, che obbliga il sesso femminile a prostituirsi. L’economia impoverisce in particolar modo le donne, che finiscono anche a mendicare ai semafori. Io penso che ci siano profondi vizi di forma nella attuale legge irachena competente in materia di delitti d’onore, ed è fondamentale rimediare, se si vogliono salvare altre vite“.

Tramite la dottoressa Fatima abbiamo ricevuto la testimonianza di una giovane sopravvissuta che ha accettato di parlare della sua esperienza a Failaq, Kirkuk, nel Marzo 2010.

Sono cresciuta in una famiglia molto numerosa e povera, mio padre è morto quando ero una bambina e siamo cresciuti orfani. Nostra madre si è sempre presa cura di noi fino a quando nostro fratello la uccise. Fu un avvenimento che ci colpì gravemente. Dopo la morte di nostra mamma le mie tre sorelle si sono sposate molto velocemente, e io sono rimasta sola a vivere con mio fratello più grande, che mi diede in sposa ad un uomo 20 anni più vecchio di me, un divorziato che lavorava come poliziotto.
Mio marito era crudele e mi trattava violentemente, era un animale senza alcuna pietà, aveva avuto dei bambini dalla sua precedente relazione che picchiava spesso. In casa tuttavia il trattamento più severo era riservato a me, molte volte fu vicinissimo a uccidermi. Ho vissuto nella disperazione e nella tentazione del suicidio, l’unico pensiero che ogni volta mi fermava era: come faranno i bambini a vivere soli con un padre così orribile?.
Le cose peggiorarono sempre di più quando iniziò a bere ed a usare droghe, lui non spendeva mai soldi per la sua famiglia, chiamava spesso il mio fratello maggiore urlando al telefono che ero una donna infedele e minacciando di uccidermi, la verità era che voleva rinnegarmi al fine di potersi sposare nuovamente.

Un giorno mi chiese dei soldi, quando gli risposi che non ne avevo iniziò a colpirmi con un tubo di acciaio, andò avanti per ore, io ero incinta e temevo di morire ma lui non mi ascoltava. Mi ruppe le gambe e altre parti del corpo. Non dissi niente ma scappai in un centro di protezione dove rimasi per un mese. Il centro si mise in contatto con mio marito per trovare una soluzione tribale.  Decisero che dovevo consegnarli il bambino dopo la nascita, e venne la moglie di mio fratello a prenderlo in ospedale. Mio figlio morì tre mesi dopo perchè nessuno si prendeva cura di lui. Quelle bestie mi accusarono in tribunale di infanticidio, ma venni assolta. Oggi soffro ancora molto, interiormente e fisicamente, sto seguendo la causa di divorzio, odio la mia vita e vorrei tanto poter vivere senza insulti e aggressioni. So che la legge dovrebbe difendere i più deboli..

Secondo gli esperti sono molte le storie come quella di questa ragazza, storie drammatiche, di solitudine e di dolore, dove il maschilismo e il tribalismo diventano correnti centrali nella vita di una famiglia. In questa testimonianza la giovane donna è riuscita a sopravvivere alle botte, molte non ne hanno la forza, e periscono sotto i colpi di coloro che hanno giurato di amarle e proteggerle.

L’Associazione Al Amal ha progettato un sondaggio rivolto a 35 membri della società che hanno avuto a che fare con casi di “honor killing”, tra cui: insegnanti,poliziotti,medici,religiosi e giudici. I destinatari delle domande provenivano dalle Corti penali di Kirkuk e sobborghi (Alton Kopi, Haweeja, Dibis e Daquk). Dopo avere sentito l’argomento alcuni clerici e poliziotti si sono rifiutati di rispondere alle domande.

Di seguito sono riportate le questioni poste:
Quali sono le tue idee riguardo all’articolo 409 (pene lievi per gli assassini che difendono il proprio onore commettendo un crimine) del codice penale?
8 persone hanno risposto che punire chi commette honor killing avrebbe comportato un deterioramento dei valori islamici. 23 persone erano d’accordo all’idea di abrogarlo.

Consideri il delitto d’onore un crimine?
33 persone hanno considerato il delitto d’onore un crimine, mentre 2 non lo hanno inserito in quella categoria.

Perché accadono i delitti d’onore?
20 persone hanno affermato che questi casi si ripetono sempre più spesso perché c’è un deficit sociale e culturale, combinato con un’incapacità di reagire alle tragedie seguite al 2003.
9 persone credono che si trattava di culture e tradizioni molto antiche e 6 perché c’è un indebolimento della fede vera.

Cosa pensi della seguente affermazione del Codice Penale Iracheno (articolo 409): “Qualsiasi persona che, dopo aver scoperto sua moglie o la sua fidanzata a letto con un altro uomo, agisce in maniera tale da causare l’invalidità permanente o la morte di una delle due persone o di entrambe non può essere condannato ad una pena superiore a tre anni. Non può essere utilizzata alcuna aggravante verso chiunque si serva di questa condizione”?

29 hanno affermato che erano in disaccordo con esso. 5 erano d’accordo con esso ( di cui tre investigatori e due poliziotti della stazione di Alton Kopri)
Nonostante numerose iniziative volte ad abrogare questo drammatico atto di violenza verso i propri familiari il delitto d’onore è un fenomeno duro da estirpare, dal punto di vista giudiziario viene utilizzato l’articolo 409 sia in casi di omicidio volontario sia in casi di omicidio colposo. La legge troppe volte non è indipendente dal sistema politico iracheno, che a sua volte è fortemente condizionato da lobby tribali, le quali non hanno alcun interesse ad abrogare l’articolo 409 e quelli ad esso collegati, va ancora aggiunto che i partiti mascherano da delitti d’onore quelli che in realtà sono omicidi politici di loro avversari.
Le associazioni per i diritti umani si trovano spesso di fronte a membri della polizia e giudici che simpatizzano con i criminali, e una mentalità maschilista predominante nella società finisce spesso per influenzare le decisioni finali nella sentenza.
In tutto ciò gli omicidi hanno un impatto tragico sulle vite dei familiari e degli amici della vittima, specialmente tra le donne, che faranno sempre più fatica a relazionarsi con la comunità.
Nel 2011 l’Iraq vive ancora logiche profonde di sopraffazione, l’associazione Al Amal per bocca della sua portavoce chiede vivamente l’assunzione di politiche serie in materia di omicidi e violenza sulle donne. Servirebbe un forte cambio di passo, una boccata d’ossigeno che consentirebbe alle vittime di avere una degna memoria, e ai familiari la consolazione che i loro cari non sono morti invano.

Per Fatima: “Urge un comitato indipendente composto da rappresentanti del parlamento provenienti dai comitati Giustizia, Donne e Società civile, che collaborino con un funzionario dell’ Onu e un’attivista dei diritti delle donne, per fare luce sui processi per “Honor killing” dal 2003 ad oggi. Sono inoltre necessari la creazione di direttorati per investigare sugli omicidi e la creazione di centri antiviolenza come quelli già operanti in Kurdistan. I giudici che sono in odore di favori presso politici locali vanno rimossi per salvaguardare l’integrità del sistema giustizia.

Non cè pace senza giustizia, a Settembre 2010 l’Associazione Al Amal ha presentato il suo rapporto sul delitto d’onore in Iraq, la persona che lo ha scritto non ha potuto firmarsi con il suo nome reale, tanto era in pericolo la sua incolumità: oggi l’Iraq è anche questo, una nazione fatta di uomini e donne che non si arrendono, che mettono a rischio la propria vita pur di provare a cambiare lo stato attuale delle cose, sono i giusti del nuovo millennio, che lavorano in un contesto di lupi e sciacalli, ma che non si rassegnano, non li faranno prevalere.


Alessandro Ciquera
Associazione Peacekeeping

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