Indignati – le forme della protesta (WBB #11)

Nei giorni scorsi centomila persone o più sono scese in strada in Israele. Il terremoto non è stato quello delle coscienze, ma l’onda lunga di una politica liberista che accantona l’welfare in favore delle spese militari. Stranamente quasi nessuno tra i manifestanti pare aver linkato questi due capitoli di spesa. Migliaia di persone in molte città hanno protestato per i costi proibitivi delle case, mentre nelle colonie israeliane nei Territori Occupati non si pagano le tasse, poiché il governo favorisce anche in questo modo l’espansione degli insediamenti civili. Contraddizioni di un paese che invece di risanare se stesso proietta sull’altro ogni paura. Ma anche simbolo della fragilità del sistema di crescita economico occidentale, lo abbiamo visto in Grecia e in Spagna. Contraddizioni che minano l’immagine di un paese, artificialmente costruita, in realtà  costellato di difficoltà in buona parte dovute alle politiche di un governo di destra che, in una linea bipartisan, continua a centrare la costruzione di una nazione sulla forza militare. La classe media protesta perché non si sente più tale, si rende conto di aver perso i privilegi borghesi, senza però ammettere di aver perso qualcosa di ancor più importante, una politica del diritto. Come nella primavera araba, il vento del cambiamento non ha che mosso la polvere di un disastroso sistema ancor più profondo, ma ora finalmente scalfito: parlare di diritto alla casa, di salari e costo della vita implica ripensare relazioni economiche e di potere, ridisegnare una società militarizzata. I diritti sono per tutti e non è possibile esigere il rispetto di quelli economici e del lavoro senza il coraggio di affermare i diritti umani fondamentali. Vedere tanti giovani nelle piazze e accampati sotto le mura di Gerusalemme fa ben sperare circa la reattività di una società anestetizzata dalla paura, ma forse ci sarebbe prima bisogno di richiedere e celebrare la “disoccupazione”, quella dai Territori Occupati Palestinesi.

 

C’è chi si rende conto che in effetti qualcosa non va quando cittadini israeliani religiosi occupano le case dei quartieri di Gerusalemmme Est scacciando di peso i residenti palestinesi, intere famiglie sfrattate a forza, con esercito e polizia a presidiare la situazione, in nome della sicurezza e mai della giustizia. Purtroppo però registriamo che anche a Sheik Jarrah le forme della protesta, pur con costanza, non generano quella conflittualità necessaria a un cambiamento reale. I palestinesi quasi non partecipano più alle manifestazioni del venerdì, forse a causa della repressione delle forze di polizia. Lo spazio del dissenso è occupato da un centinaio di pacifisti israeliani e qualche internazionale curioso. Non si vede nemmeno un poliziotto, sebbene le telecamere stiano registrando ogni passo. Il piccolo corteo si dirige verso le case occupate. Da una di queste esce musica ad altissimo volume per zittire i cori di protesta. In un’altra i coloni escono nel giardino a ballare per schernire i manifestanti. Qualche israeliano prova a intavolare un dialogo o a gridare le proprie ragioni in ebraico, ma l’incomprensione rimane totale. Dopo circa mezz’ora il corteo di indignati si scioglie e la situazione si cristallizza: i palestinesi costretti in un angolo del giardino e i coloni nella casa occupata, l’esercito nascosto lì vicino.

 

In un conflitto di lunga durata basato sull’occupazione militare e civile, contro le convenzioni di Ginevra e le risoluzioni delle Nazioni Unite, l’asimmetria di potere fa si che la responsabilità di una soluzione che salvaguardi i diritti minimi e fondamentali delle persone sia, almeno per l’inizio di questo viaggio sulla via della pace, in mano a Israele. Se vige una democrazia, con la specificità di uno Stato militarizzato e religioso, allora sono i cittadini israeliani a poter accendere la miccia del cambiamento. Ma in molti paiono accorgersi solo dei problemi del loro giardino e, quando aspirano a diritti per tutti, le forme della protesta paiono piuttosto ingenue o comunque poco efficaci. A questi movimenti sociali va però il nostro interesse e sostegno, per una lotta comune, dove il diritto alla casa e al lavoro sia parte di una politica dei diritti. In Europa come in Israele.

Video: http://www.youtube.com/user/antefattoblog#p/u/6/PZe7kfCvPYI

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