La localita' segreta svelata, assolto il maresciallo dei Cc. Chi allora inguaio' Piera Aiello?

di Rino Giacalone – 6 luglio 2010
Il «caso» è stato chiuso, ma la sostanza rimane. Non è responsabile di nulla secondo il gup del Tribunale di Marsala Giuliana Franciosi il maresciallo dei carabinieri, Salvatore Ippolito della circostanza che due anni addietro divenne nota la località segreta dove si trovava la testimone di giustizia Piera Aiello.

Il gup ha assolto il sottufficiale con la formula che il fatto non sussiste, il pm Giulia D’Alessandro, sebbene la procura avesse chiesto il rinvio a giudizio, aveva chiesto il proscioglimento, “per carenza di prove”, stessa cosa ha chiesto la difesa, avv. Gianni Caracci, la parte civile, avv. Giuseppe Gandolfo, aveva chiesto al gup prima di decidere di disporre un paio di confronti, richiesta rigettata.
Non è una storia di poco conto. A cominciare dal fatto che la località segreta dove si trovava Piera Aiello divenne nota non in un posto qualsiasi, in una città qualsiasi, ma a Partanna, la città della donna, il «cuore» di quella mafia che lei per prima raccontò dopo avere visto morti ammazzati il suocero e il marito, Vito e Nicola, genitore e fratello di Rita, la ragazza sucidatasi il 26 luglio del 1992, stravolta dalla strage che le aveva tolto l’unico punto di riferimento che le era era rimasto, Paolo Borsellino.
Il maresciallo Ippolito, 38 anni, in servizio oggi a Mazara, non ha colpe per il giudice, ma la località dove si trovava Piera è stata «palesata», questa è una certezza, è questa la sostanza delle cose che resta non chiarita sul fronte dei respobsabili. E il fatto non è inventato: non lo hanno detto persone qualsiasi, ma i parenti di Piera, la madre e la zia, che parlando proprio con lei al telefono le dissero come se la passava là dove loro avevano saputo che si trovasse. Quando Piera chiese come mai il luogo era conosciuto uscì fuori il nome di quel maresciallo che tra una parola e l’altra, discutendo con la zia di Piera, avrebbe svelato quello che forse lui nemmeno poteva conoscere. Ora per il gup di Marsala il maresciallo Ippolito tutto questo non lo ha mai fatto, ma allora chi? Piera Aiello non si è certo sognata ogni cosa: «È stata una decisione quella del gup che mi ha sorpreso – dice l’avv. Giuseppe Gandolfo che ha difeso Piera Aiello come parte civile – mi sarei aspettato una decisione per approfondire le indagini anche perchè lo stesso pm si era lamentato quasi con se stesso che le indagini non erano del tutto sufficienti a chiarire ogni punto. Il giudice ha deciso di non tenere conto di una donna, Piera Aiello, testimone di giustizia, ritenuta attendibile da tutti i Tribunali, che avrebbe detto una bugia mettendo a rischio la sua incolumità? Credo che sarebbe stato utile sentire i parenti della donna».
Piera Aiello preferisce non parlare, chi l’ha vista dice che «ha preso un brutto colpo»; Nadia Furnari l’amica che la segue da nni, a capo dell’associazione «Rita Atria» ieri è stata promotrice con Libera di un nuovo sit in davanti al Tribunale di Marsala: «La vicenda – dice – non è quella di Piera ma è la vicenda che dimostra la disattenzione dello Stato verso i testimoni di giustizia, e come se oggi a chi vuole testimoniare lo Stato dica che i rischi e i pericoli sono i suoi, ma stiamo parlando di un diritto dovere costituzionale».
Un processo con passaggi anomali. Il primo quello che ad indagare sono stati altri colleghi dello stesso carabiniere imputato, poi al momento della richiesta di rinvio a giudizio la citazione come parte offesa di Piera Aiello non fu tenuta in considerazione, la notifica degli atti è stata movimentata tanto che il legale ebbe la documentazione (da carabinieri) quasi senza avere più il tempo per farsi firmare da Piera Aiello la necessaria procura speciale, «un processo – dice Nadia Furnai – del quale, possiamo dire, siamo venuti a conoscenza per caso e non per diritto». «Oggi – dice Nadia Furnari – siamo dinanzi ad azioni compiute dallo Stato e da uomini dello Stato che non incoraggiano le testimonianze, testimoni di giustizia vengono accompagnati invece di essere seguiti, vengono deportati, portati lontano dalle loro città, in un clima che è come se loro, testimoni, costituiscano un esempio da non seguire e debbono potere mostrare di essere esempi positivi di cittadinanza attiva, perché testimoniare deve essere sentito come un dovere non come un sacrificio».

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