La lotta alla mafia una seconda Resistenza

«Il fenomeno mafioso – si legge nelle “linee di indirizzo” del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni emanate il 23 maggio 2007, quindicesimo anniversario della “Strage di Capaci” − è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese» per cui, nella scuola, «l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alle mafie, dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale»: da ciò la necessità di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti − e non soltanto nel Sud − del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale».

In questo senso, il documento integra e sviluppa le indicazioni espresse dal ministro Rosa Russo Jervolino nell’ottobre del ‘93 in una circolare dal contenuto più generico ma non meno incisivo relativamente all’obiettivo da raggiungere: costituendo «la lotta alla mafia un’occasione decisiva per la difesa delle Istituzioni democratiche», è necessario che gli insegnanti, nella loro azione educativa, si muovano nella consapevolezza che «soltanto se l’azione di lotta sarà radicata saldamente nelle coscienze e nella cultura dei giovani, essa potrà acquistare caratteristiche di duratura efficienza, di programmata risposta all’incalzare temibile del fenomeno criminale».

Rita Borsellino − «La guerra alla mafia è la nuova Resistenza» aveva dichiarato nel novembre di due anni fa Rita Borsellino a “Contromafie”, il convegno organizzato a Roma da Libera. «La lotta alle cosche – aveva aggiunto − si fa tutti i giorni. Bisogna scegliere da che parte stare e devono essere i giovani i protagonisti della resistenza civile».

L’appello della sorella del magistrato, per lungo tempo vicepresidente di Libera è sicuramente encomiabile, ma, a un’attenta riflessione, si rivela piuttosto riduttivo e in un certo senso fuorviante. Quale il punto? Le disposizioni e gli inviti dei responsabili dell’istruzione pubblica non possono che essere rivolti agli studenti, che ovviamente hanno una certa età. Ma i messaggi lanciati  nel corso di una manifestazione organizzata da Libera, alla quale aderiscono 1.300 associazioni create e gestite da persone di tutte le età, possono avere come principali destinatari i giovani, privi di mezzi di pressione sui signori del “Palazzo” per spronarli ad un’azione energica e risolutiva contro le mafie? Insomma, possono i giovani, da soli, lottare contro organizzazioni che operano in tutti i continenti, manovrano miliardi ed hanno vantato – o vantano, stando ad alcuni nomi che figurano in certe liste elettorali – amicizie altolocate persino nelle istituzioni deputate all’azione di contrasto del crimine?

In altri termini, si può far finta di ignorare che quella che si presenta oggi ai giovani è una realtà che nel passato lontano e recente gli adulti – semplici cittadini e soprattutto uomini delle Istituzioni − non hanno voluto o saputo evitare facendo spesso orecchio da mercante davanti alle legittime pretese di fedeli servitori dello Stato che hanno poi perso la vita per aver contrastato le mafie agendo con coraggio, in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia nessuno?

Il messaggio di Paolo − È una provocazione di cattivo gusto o un doveroso richiamo alla verità delle cose il ricordo, ad esempio, dell’inutilità delle parole pronunciate da Paolo Borsellino nell’ormai lontano agosto dell’86 commemorando il commissario Montana, il vice questore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia trucidati uno dopo l’altro l’anno prima? «Gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità – disse − hanno il gravoso e meritorio compito di tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione. Si deve rifiutare il concetto di emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e vanno ritenuti privi di significato valido i costanti richiami alla normalizzazione».

I provvedimenti auspicati in quegli anni sia da Paolo Borsellino che da Giovanni Falcone per poter svolgere un’adeguata azione di contrasto del fenomeno, furono emanati − e si rivelarono validi − solo dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Ma non fu tutto rose e fiori, come ricorda Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, nel libroL’eredità scomoda: «La sensazione che non venisse fatto tutto quel che era necessario per sconfiggere definitivamente e al più presto possibile l’inquinamento ambientale e morale, finanziario e civile di cui era responsabile da decenni la criminalità organizzata l’avemmo subito dopo le stragi. Già allora cominciammo a dire: quel che si sta facendo è giusto, però non basta».

La mafia non c’è più – Ma la situazione, invece di migliorare, andò peggiorando. «A cinque anni dalle stragi – si vide costretto a dichiarare Giancarlo Caselli, procuratore capo a Palermo, intervenendo nel settembre del ‘97 alla Festa dell’Unità − non siamo riusciti ad elaborare una strategia antimafia, abbiamo tirato avanti con gli strumenti che invece di essere stati affinati sono stati smantellati: il 41 bis del regolamento penitenziario che prevede il carcere duro per i mafiosi più pericolosi è svuotato, sull’articolo 513 del codice di procedura penale riguardante il valore delle dichiarazioni rese nelle indagini preliminari abbiamo perso un’occasione, la legge sui collaboratori di giustizia va ridisegnata. Se un boss oggi legge i giornali è sereno o arrabbiato? Il boss non può non notare queste contraddizioni che gli fanno comodo da una parte e dall’altra gli incessanti attacchi ai magistrati portati avanti [da esponenti del centrodestra, fra i quali erano emerse collusioni – n.d.a.] nel silenzio che diventa complice. Gli attacchi vanno respinti politicamente, contrastati da qualcuno in sede politica, perché i magistrati devono stare zitti, non  possono rispondere».

In tema di legislazione antimafia – aveva dichiarato del resto  in un’intervista  ad Antonio Padellaro per L’Espresso nel dicembre dell’anno prima, a pochi mesi dalla vittoria del centrosinistra − «si può e si deve parlare di tutto, ma non come se la mafia non ci fosse più».

Il “nuovo corso” − In sintonia con il “nuovo corso” anche il movimento popolare antimafia, nato nell’82 dopo l’uccisione del generale−prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa ed irrobustitosi all’indomani delle stragi del ‘92 in Sicilia e gli attentati del ‘93 nel continente, cominciò a segnare il passo, forse per inconfessabili suggerimenti di chi lo aveva cavalcato negli ultimi tempi per mietere i consensi già ottenuti.

«Bisogna tornare a parlare di mafia e non solo quando succede qualcosa di clamoroso: sottovalutarla – insistette Caselli − è pericoloso, ritenere che sia finita significa dimenticare che la mafia è una questione centrale per lo sviluppo e la democrazia». La “piovra”, infatti, più che scomparsa, si era soltanto inabissata: era andata in immersione, non faceva più rumore con fatti di violenza eclatante ma continuava a realizzare gli affari e a coltivare amicizie.

Nell’agosto del ‘99, la guida della Procura del capoluogo siciliano passa a Piero Grasso, che rilancia gli appelli del predecessore. «Ci si aspetterebbe, da parte delle Istituzioni e dell’opinione pubblica – dichiara nel discorso di insediamento – una doverosa tensione morale e culturale, una ragionevole aspettativa che i magistrati scoprano finalmente la verità sui tanti misteri d’Italia, che riescano a dimostrare l’estrema pericolosità di un’organizzazione come Cosa Nostra che, attraverso i suoi rapporti esterni, attraverso attentati e stragi, ha posto in pericolo e potenzialmente rischia di porre in pericolo la nostra democrazia».

Salvatore Borsellino − A distanza di quasi un decennio, le indagini sui mandanti occulti delle stragi si sono concluse con un nulla di fatto e non sembra che «le associazioni e i comitati» − indicati da Paolo Borsellino come entità capaci di scuotere l’opinione pubblica − si siano dati e si diano da fare per chiedere che si faccia piena luce sui lati più oscuri della strategia stragista degli Anni Novanta.

L’unica efficace iniziativa in tal senso, presa l’anno scorso alla vigilia della ricorrenza della “Strage di Via D’Amelio”, è stata quella di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: con una semplice lettera aperta è infatti riuscito a rimettere in moto i titolari dell’indagine sulla misteriosa sparizione dell’agenda rossa nella quale Paolo Borsellino annotava giornalmente dichiarazioni raccolte, approfondimenti su certi aspetti della “Strage di Capaci”, pensieri, ipotesi ed appuntamenti.

Il motivo principale dell’eliminazione di mio fratello – ha scritto − «credo sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo Stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto. Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio assordante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia. Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia».

“Buchi neri” e assenza di volontà – Semplice opinione o ipotesi realistica? «Ci sono numerosi buchi neri, vuoti anche sulle ore, sui minuti che precedono e seguono la strage di Via D’Amelio»  ha dichiarato qualche settimana fa a Liberainformazione Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo. «È certo – ha precisato − che l’agenda quel giorno fosse con lui, nella sua borsa. Secondo un vecchio schema reiterato sempre o quasi sempre dopo omicidi eccellenti scompaiono documenti, basti pensare alla vicende che ruotano intorno alla cassaforte del Prefetto Dalla Chiesa, agli appunti che sono stati in parte cancellati dai diari di Giovanni Falcone, alle videocassette scomparse del giornalista sociologo Mauro Rostagno; solo per citarne alcuni». Ed è per questo che i relativi procedimenti penali nei quali si ipotizza la complicità di burattinai esterni alle organizzazioni mafiose o la possibilità di collegamenti delle stesse con apparati deviati dello Stato si chiudono il più delle volte con l’archiviazione. Perché tutto questo? «Perché – è stata la risposta del magistrato − c’è una parte dell’Italia che vuole la verità ma ce n’è anche un’altra che la verità su questi fatti non la vuole. Ci sono persone che sono coinvolte e altre non direttamente coinvolte ma che avrebbero comunque difficoltà ad affrontarla. E dunque preferiscono non averla. Omissioni, pigrizie e mezze verità taciute sono la dimostrazione di una scarsa volontà a fare i conti con questo passato. Basti pensare alla richiesta inascoltata di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del ’92-‘93. Non c’è risposta nei fatti, manca una volontà politica, collettiva intendo, che non riguarda solo la politica ma l’intera classe dirigente».

Sulla questione non sono mancati tentativi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma si è sempre trattato di incontri basati sul “passaparola” di comitati di impegno civico sorti spontaneamente, più che di associazioni presenti su tutto il territorio nazionale e collegate tra loro, capaci – se lo volessero – di mobilitare larghe fasce della popolazione.

Il dovere della politica – Una constatazione, questa, che sembra confermare quanto osservato una decina di anni fa dall’ex parlamentare siciliano Emanuele Macaluso nel libro Mafia senza identità. «Per fare avanzare una cultura antimafiosa – ha scritto – è stata presa la lodevole iniziativa di discutere questi temi. Lo fanno alcuni insegnanti, lo hanno fatto il generale Dalla Chiesa, lo fa Caselli e sistematicamente don Luigi Ciotti con la sua associazione Libera. Ancora una volta dico che queste iniziative, se non c’è la politica, cioè la competizione per governare sulla base di programmi e di valori, non portano lontano. E lo vediamo nel momento stesso in cui gli stessi procuratori impegnati nelle inchieste contro la mafia, dopo tanti successi, sostengono che il fenomeno sia più diffuso e pericoloso».

All’epoca, nel panorama della criminalità organizzata nazionale, spiccava Cosa Nostra, entrata in crisi con gli importanti arresti degli ultimi tempi. Oggi l’organizzazione più potente è la ‘ndrangheta. Per quanto riguarda la camorra ed i gruppi pugliesi basta leggere giornalmente le notizie di cronaca. Ma ciò che più inquieta è la “ramificazione territoriale” delle quattro malepiante nelle regioni del Centro-Nord, denunciata a chiare lettere dal dottor Piero Grasso proprio nel momento in cui ha lasciato la Procura di Palermo per assumere l’incarico di capo della Direzione Nazionale Antimafia: da inchieste in corso – ha detto – risulta che certi operatori economici, per fare affari ed accaparrare appalti pubblici, dal Sud si dirigono verso le regioni del Nord e dal Nord rivolgono attenzione verso le regioni del Sud.

Più che opportune, dunque, le “linee di indirizzo” del ministro Fioroni che  costituiscono la base di partenza per un’azione culturale ed educativa efficace e duratura in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Per la prima volta nella storia, infatti, viene inserita al primo punto del sistema nazionale di istruzione e di formazione l’«educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia», concepita come «impegno comune a fronteggiare situazioni in cui le organizzazioni criminali si pongono come antagoniste dello Stato e a stimolare i giovani a respingere le seduzioni dell’illegalità organizzata».

Se però ci si limita ad esprimere grande soddisfazione su questo e contemporaneamente non ci si impegna per costringere quanti operano nelle Istituzioni ad essere coerenti e decisi sugli intendimenti proclamati, in futuro si verificherà una situazione che non è difficile immaginare: i giovani di oggi, divenuti adulti, si troveranno alle prese con un problema ancor più preoccupante per il semplice fatto che gli adulti di oggi non hanno voluto affrontare e contribuire a risolvere. E i loro figli potranno accusarli di vigliaccheria. A ragione!

Quale potrebbe essere, allora, la strategia più efficace per il superamento dell’annosa questione in ambito nazionale? Quella basata sulla consapevolezza della sua vera essenza.

Mafia, potere eversivo − Negli ultimi decenni la dimensione del fenomeno mafioso è diventata nazionale  perché la grande “piovra” – costituita oltre che da Cosa Nostra, dalla ndrangheta, dalla camorra e dai gruppi pugliesi che della prima hanno seguito il modello operativo − non sempre adeguatamente ostacolata dalle pubbliche istituzioni e dalla società civile, è riuscita ad operare  con efficacia e continuità snodando i suoi tentacoli, suddivisi in tre gruppi, in altrettante direzioni: con il primo ha sviluppato in tutto il Paese una vera e propria economia mafiosa, formata da attività di acquisizione, riciclaggio e investimento nel settore legale di capitali di provenienza illecita; con il secondo si è mossa come sempre alla ricerca di un collegamento con i pubblici poteri anche a livello centrale,  per avere aiuti e protezioni d’ogni tipo; con il terzo ha esercitato, nel Sud come nel Centro-Nord, la violenza mafiosa contro quei magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, imprenditori, professionisti, sacerdoti ed uomini della democrazia che nell’azione diretta a contrastarla hanno operato coraggiosamente in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia a nessuno.

Classico esempio della convergenza nefasta dei tre fattori fuori dalle regioni del tradizionale dominio, l’uccisione nell’83, da parte di boss trapiantati in Piemonte, del Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia  proprio nel momento in cui aveva scoperto inquietanti rapporti di suoi colleghi con “uomini del disonore”. In seguito, il radicamento nella zona ha consentito alle cosche persino il controllo di certe fasce del consenso popolare al punto che una dozzina di anni dopo il Consiglio Comunale di Bardonecchia è stato sciolto d’autorità perché condizionato da un’organizzazione di tipo mafioso.

È stato attraverso meccanismi del genere, attuati a vari livelli, che nel corso degli anni il fenomeno ha assunto la configurazione di un vero e proprio potere economico e politico esercitato con la violenza,collocato nel più ampio contesto di quel “sistema eversivo”, responsabile dei crimini e misfatti che hanno caratterizzato la “notte della Repubblica”, costituito da politici complici e conniventi con boss mafiosi e terroristi rossi e neri, alti funzionari statali infedeli, burocrati collusi, soggetti deviati dei servizi segreti, esponenti senza scrupoli dell’alta finanza sporca, gruppi eversivi e logge massoniche non sempre del tutto segrete.

Un progetto globale − Stando così le cose l’unica via da seguire è quella di passare dalla “visione globale” del fenomeno alla predisposizione di un “progetto globale” per il suo superamento, articolato su quattro versanti da percorrere contemporaneamente: giudiziario, economico, politico, democratico.

Lungo il versante giudiziario un’azione energica ed efficace è possibile a condizione che ci sia un costante potenziamento e perfezionamento della legislazione in materia e delle strutture della magistratura, delle forze di polizia, dell’apparato penitenziario, dell’ amministrazione finanziaria centrale e periferica e degli organismi che vigilano sulle società commerciali, sul sistema bancario  e sugli altri enti di intermediazione finanziaria.

Lungo il versante economico si possono raggiungere buoni traguardi attraverso provvedimenti capaci di rimuovere le condizioni che nel Meridione hanno favorito la nascita e la crescita del fenomeno e di evitare che le stesse possano crearsi altrove. I risultati di una ricerca svolta dal CENSIS nel 2003 hanno dimostrato che senza i meccanismi di distorsione del mercato pilotati dalle organizzazioni mafiose, negli ultimi tempi il sistema economico meridionale avrebbe potuto creare almeno 180.000 posti di lavoro in più l’anno. Da ciò l’esigenza improrogabile di promuovere, da un canto, un armonico sviluppo del Paese per superare i tradizionali squilibri territoriali e risolvere il problema della disoccupazione che rappresenta la maggiore riserva di manovalanza per le organizzazioni malavitose; e di varare, dall’altro, una seria politica di incentivazione e di oculato controllo dei finanziamenti e degli appalti pubblici per salvaguardare e sostenere l’economia sana minacciata, nel Sud come nel Centro-Nord, dall’invadenza della mafia imprenditrice e finanziaria.

Lungo il versante istituzionale bisogna tendere al totale risanamento morale degli organismi rappresentativi, nazionali e locali, attraverso un’azione diretta a disinquinare i “palazzi” dalle infiltrazioni dei poteri criminali ed occulti ed a ripristinare quella chiarezza, quella trasparenza, quella linearità e quell’efficienza che rappresentano la condizione indispensabile per recuperare ed elevare il grado di fiducia dei cittadini verso lo Stato.

Lungo il versante democratico, infine, occorre intensificare la promozione di iniziative di approfondimento culturale e di sensibilizzazione civica sul problema per perseguire il duplice obiettivo di far capire a tutti la reale portata e la potenziale pericolosità che il potere mafioso e la cultura mafiosa presentano per la società, l’economia, la democrazia, la politica  e le Istituzioni e di favorire una presa di coscienza sempre più profonda sul ruolo del “popolo sovrano” in uno Stato autenticamente democratico : un ruolo di vigilanza e di stimolo nei confronti di quanti operano all’interno delle Istituzioni perché si adoperino con tempestività e determinazione nei tre precedenti settori e contribuiscano all’eliminazione delle logiche clientelari che hanno minato alla base il nostro sistema rappresentativo.

Molto indicativo, in tal senso, l’auspicio espresso dalla Commissione parlamentare antimafia dopo le stragi in Sicilia del ‘92 e gli attentati del ‘93 a Roma, Firenze e Milano che determinarono nel Meridione il rilancio del movimento antimafia, genuino perché spontaneo: «In corrispondenza di consistenti sintomi di risveglio della coscienza civile nelle aree tradizionali, bisogna che nel resto del Paese si diffonda la convinzione del carattere nazionale del fenomeno, della sua varietà di forme e di comportamenti, della sua capacità di adattamento agli ambienti, della sua aspirazione a costruire una vera e propria economia criminale, alternativa rispetto a quella che si fonda sulla libera concorrenza e sul libero mercato. Ma occorre, per questo, una collaborazione attiva ed un impegno proficuo da parte degli Enti locali, delle forze economiche e sociali, della società civile, del mondo politico».

Il testamento di Dalla Chiesa − Dodici anni prima era stato il generale−prefetto Carlo Albero Dalla Chiesa ad esprimere, sia pure in termini più generali, lo stesso concetto nel corso della famosa intervista rilasciata a Giorgio Bocca (La Repubblica, 10 agosto 1982) alcune settimane prima di perdere la vita nella “Strage di Via Carini”: «Dalla Chiesa mi prospettò, come unico sistema  per contenere il fenomeno mafioso, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, per creare una coscienza collettiva antimafia».

Quella volta, l’idea di rivolgersi a Giorgio Bocca per manifestare le sue preoccupazioni per il difficile compito da svolgere in Sicilia non fu casuale. Era stato il comune impegno nella guerra di Liberazione che aveva portato entrambi alla convinzione secondo la quale i valori di libertà, democrazia e giustizia – soffocati dal fascismo e divenuti la bandiera della Resistenza e l’essenza stessa della Costituzione – erano da tempo calpestati dai poteri criminali e occulti.

La Resistenza − «La partecipazione alla Resistenza – scrive il figlio Nando nel libro In nome del popolo italiano – è la prima esperienza nella quale mio padre si trova ad agire nella duplice veste di comandante di uomini e di combattente per la democrazia italiana. La considera anche, con orgoglio, come la prima fonte della sua legittimazione a ritenersi un esponente della democrazia repubblicana. La Resistenza diventa per lui il primo momento in cui la sua identità di ufficiale dei carabinieri si combina con un forte radicamento nei sentimenti di un popolo». Ma non sbandierava questa sua concezione: quando ne parlava faceva capire che contava sulla riservatezza degli interlocutori. Infatti Giorgio Bocca, che conosceva il suo carattere, non pubblicò la frase sulla necessità del coinvolgimento dell’opinione pubblica: la riferì ai magistrati dopo la sua morte.

«Uccidendo Carlo Alberto Dalla Chiesa – osservò all’epoca Ernesto Galli della Loggia (L’Europeo, 20 settembre 1982) – forse la mafia ha dato allo Stato repubblicano il suo fin qui unico eroe. È certo che la gente ha sentito istintivamente la figura del generale−prefetto ucciso, e la natura di questa morte, come qualcosa di diverso dalla figura e dalla morte di tanti altri, caduti per mano delle organizzazioni criminali». Quale il motivo di fondo? La gente aveva capito che, «con risorse e poteri adeguati – scrisse Francesco Alberoni (La Repubblica, 11 settembre 1982) – il generale avrebbe colpito duro, e stava addirittura per riuscirci lo stesso perché, come tutti i grandi strateghi, aveva identificato il punto debole dell’avversario: sapeva come vincere e anche dopo la morte ha indicato la strada per vincere».

L’impegno degli onesti − La frase scritta in Via Carini sul luogo della strage, «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», fu infatti smentita subito dai fatti perché proprio da quel giorno – sostenne padre Ennio Pintacuda − «il coraggio degli onesti ha fatto piuttosto crescere l’altra Palermo, l’altra Sicilia, l’altra Italia perché mai come in questo periodo è stato presente e attuale quel detto dei cristiani dei primi tempi: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Anche il sangue delle vittime della mafia è stato un seme che ha fatto crescere il numero delle persone e delle forze che si sono unite all’insegna dell’onestà e della coscienza morale e operano per sconfiggere il subdolo potere che ha inquinato le istituzioni del Paese. La frase del cartello di Via Carini fu come un grido di riscossa che riversò in campo nazionale la mobilitazione contro la mafia. Si demarcò allora lo spazio di lotta per il riscatto e furono indicate le categorie e il modo di aggregazione di questa mobilitazione».

Un avvenimento del tutto nuovo? «Un movimento con queste caratteristiche – precisò Pintacuda – e così esteso, non era sorto e non si era affermato in Italia dai tempi della Resistenza, cioè dai tempi della prima liberazione che permise di ricostruire lo Stato democratico dalle rovine del fascismo e  dalla guerra da esso voluta: uomini che si pongono al di sopra delle ideologie, dell’appartenenza religiosa, delle classificazioni politiche, delle collocazioni territoriali e coinvolge magistrati, uomini di chiesa, intellettuali, borghesi, operai, anziani e giovani. È come se fosse nata una chiesa più grande, una nuova, affascinante ideologia. La prima liberazione fu quella che affrancò gli italiani dal potere dittatoriale e restituì all’uomo la possibilità di far valere i suoi diritti fondamentali; la seconda dovrà affrancare i cittadini dal losco potere della mafia ridando dignità e sicurezza alla civile convivenza. La nuova Resistenza è partita da Palermo e dalla Sicilia e si sta estendendo a tutto il Paese».

Arrigo Boldrini: “Nuova Resistenza!” − La conferma più autorevole della validità di questa convinzione si registra dieci anni dopo. «Siamo per una nuova Resistenza contro la mafia e la violenza» dichiara all’indomani del 25 aprile del 1992  Arrigo Boldrini, presidente dell’ANPI in un’intervista a Maurizio De Luca, direttore de La Nuova VeneziaLa Tribuna di Treviso e  Il Mattino di Padova. «La mia generazione – spiega – ha sofferto, senza perdere mai la speranza e la fiducia, nonostante il travaglio di quegli anni in Italia e dappertutto nel mondo. Le riforme istituzionali? Si possono fare, si devono fare. Ma innanzitutto occorre un’amministrazione pubblica onesta e pulita, bisogna battere l’illegalità e la prepotenza mafiosa. Non abbiamo bisogno di una seconda Repubblica ma di una Repubblica avanzata e moderna che non può scindere il suo legame con la Resistenza, cioè con i valori ideali, moderni e avanzati, di democrazia, diritti civili e umani, pace e solidarietà, contro provincialismo e particolarismo».

Il giorno prima Francesco Cossiga − che, custode di tanti segreti, si era invece battuto per la seconda Repubblica da instaurare con una revisione poco ortodossa della Costituzione ed aveva denigrato in qualche modo la Resistenza – aveva lasciato il Quirinale rassegnando le dimissioni da Capo dello Stato.

A ventiquattrore dall’annuncio delle dimissioni, ad alcuni giorni da uno dei periodi prevedibilmente più complessi della storia di questa Repubblica – chiede De Luca a Boldrini – come definirebbe il proprio stato d’animo: preoccupazione, sconforto, speranza? O che altro? «Se devo trovare una risposta, sarebbe fiducia. Fiducia in questo Paese. E anche in una scelta autorevole per la Presidenza della Repubblica».

L’ex PM svizzero – Il 23 maggio, viene ucciso Giovanni Falcone. L’indomani, alla carica di Capo dello Stato viene eletto Oscar Luigi Scalfaro. Il giorno dopo, in una dichiarazione a La Repubblica, Paolo Bernasconi, ex procuratore pubblico di Lugano, dichiara che «in Italia la mafia conduce una guerra contro lo Stato. Le persone che si sono opposte e si oppongono a questa guerra sono poche. È in atto una seconda Resistenza, con la “erre” maiuscola, e Falcone era uno dei capi di questo comitato di liberazione nazionale».

Il 19 luglio viene eliminato anche Paolo Borsellino. «Nel corso dei funerali – ricorda Nando Dalla Chiesa – tra la folla assiepata intorno alle strade o affacciata ai balconi, passa per incanto sempre più netta una parola, dapprima sussurrata e poi gridata con rabbia lucida: “Resistenza! Resistenza!”. Come sono lontani i volti pietrificati dal dolore di Piazza Fontana! E com’è lontana la rabbia politicamente impotente dei funerali in cui si stringeva intorno a Pertini! La gente mormora di un progetto, di un suo progetto istintivo. Sente possibile una strategia: gli amici, i nemici e le cose da fare. E chi è là, chi raccoglie il senso di quanto sente, non può non afferrare che in quel preciso istante nei rapporti tra la democrazia dei cittadini e i poteri corrotti e criminali è avvenuta una rottura. Che la nostra storia individuale e collettiva, di italiani, non di palermitani o siciliani, non è e non sarà la stessa. Che i nostri doveri sono cambiati».

Il presidente Scalfaro – La mattina del 21 luglio, commemorando Paolo Borsellino in seno al CSM, il presidente Scalfaro – che tra i primi impegni annota nell’agenda un incontro con i dirigenti dell’ANPI – lancia un messaggio solenne: «Nuova resistenza!». In che senso? «Questa Patria – dice − deve saper risorgere, e dipende da noi, uomini e cittadini. Resistere, resistere, resistere, perché siamo dalla parte della libertà». Durante la prima Resistenza, ai tempi del nazifascismo – spiega − «sembrava che l’aurora non sarebbe mai spuntata, e un giorno è spuntata»; contro il terrorismo le forze si unirono, coraggio e avanti»; oggi, nonostante le stragi e la corruzione, «la democrazia è più forte della violenza e delle azioni criminose, di chi vuole sconfiggere tutto. Siamo di fronte alla crisi più pesante, quella dei valori dell’uomo, ma non vincerà né la violenza né la ricchezza senza morale – guardate ai processi sulle tangenti – vincerà l’uomo se sarà credibile. La gente ha bisogno di credibilità. Non di infallibilità, ché quella non ce l’ha nessuno. Come si può chiedere se chi chiede non ha credibilità?». Per questo «occorre ricominciare dalla ricostruzione dei valori morali» per non deludere «le attese della gente pulita e onesta».

Lo Stato, la Patria – aggiunge Scalfaro – non possono essere rappresentati «da chi non è degno, da chi non è giudice perbene, da chi non è pulito, da chi non è cittadino operoso». D’altra parte perché sono stati uccisi Falcone e Borsellino? «Per che cosa? Per una Patria che abbia il trionfo della giustizia? O perché vinca la disgregazione, l’abbandono, il gettare la spugna? Queste parole non si riferiscono ai magistrati, ma a tutta la realtà dello Stato. Di chi è questa Patria? Solo di chi muore o anche di chi vive e deve vivere e operare? Bisogna quindi resistere. Resistere e lottare tutti insieme!».

Nando Dalla Chiesa − «Dunque – osserva Nando Dalla Chiesa – che cosa significa “Nuova Resistenza”?. Che immagini, che progetti, che Italia stanno dietro questa parola d’ordine che nei mesi estivi è serpeggiata, una bocca via l’altra, un cervello dopo l’altro, dalla Sicilia alla Lombardia, dall’Emilia alla Calabria e di nuovo al Trentino, ricevendo l’autorevolissimo avallo del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro? Chi pensa che sia uno slogan d’altri tempi intriso di ideologia se lo tolga dalla testa: non lo è. Chi crede che sia una moda emozionale – simbolo un lenzuolo alla finestra – si ricreda: è molto di più».

L’appello alla “Nuova Resistenza” era all’epoca e rimane ancor oggi un invito  esplicito a battersi per fare in modo che ci sia – come ebbe a rilevare tanto tempo fa Sebastiano Patanè, capo della Procura di Caltanissetta − «un fronte unico, compatto dello Stato in tutte le sue articolazioni ed espressioni, un comportamento antimafia serio da parte di tutti». Bisogna quindi evitare gli errori del passato, bisogna fare in modo che nell’esercizio dei poteri dello Stato ci siano coesione, coerenza, determinazione, tempestività e non promesse non mantenute, incertezze, tentennamenti o peggio ancora ambiguità.

“La mafia teme chi non la teme” − È necessario, in altri termini, dimostrare con i fatti, giorno dopo giorno, che lo Stato ha la sincera intenzione di estirpare la “malapianta” sin dalle radici più profonde. Solo così la battaglia civile – compresa quella dei giovani − potrà aver successo; solo così potranno essere eliminate le condizioni che hanno provocato nella gente del Sud la delusione atavica dalla quale sono scaturite la rassegnazione, l’indifferenza e l’omertà; solo così sarà possibile creare finalmente nel cittadino quella “fiducia senza riserve” nel Parlamento, nel Governo, negli Enti Locali e nella Magistratura che costituisce il fondamento essenziale dello Stato democratico e di diritto.

Non è vero che la mafia non conosce la paura. «La mafia teme chi non la teme» ha ripetuto per quasi mezzo secolo nei suoi libri Michele Pantaleone per far capire che anche per la sconfitta della “piovra” vale il proverbio “volere è potere”. E non può essere altrimenti. «La mafia – sosteneva Giovanni Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione ed avrà quindi una fine».

Articolo pubblicato su PATRIA INDIPENDENTE (rivista mensile dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Marzo 2008)

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