LA NOSTRA LOTTA ALLA MAFIA

«Loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi». E’ il monito che il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, ripete ad ogni incontro pubblico. Mai abbassare la guardia, perché sono l’isolamento, la delegittimazione e la solitudine di chi combatte in prima linea le mafie, le premesse alla loro eliminazione fisica.
Ancora il ricordo di Angelo Vassallo, il sindaco ambientalista di Pollica, in provincia di Salerno, ammazzato in un agguato di Camorra, un’esecuzione rabbiosa, per un politico-ambientalista, che non accettava neppure che gli offrissero un caffè. Un omicidio che è un’offesa per l’intero Salento.
Poi, i ricordi Caselli corrono al 1993, al dopo stragi. Aveva altre possibilità, il magistrato torinese, scelse la poltrona più scomoda, la Procura di Palermo, devastata dalle stragi di Capaci e via D’Amelio.
«Una scelta difficile –racconta Caselli- fatta coinvolgendo la mia famiglia e seguendo il consiglio di un amico carissimo, Luigi Ciotti. Il quadro era sconvolgente, lo Stato in ginocchio, tutto davvero sembrava, come poco prima detto da Antonino Caponnetto, finito».
Invece il miracolo, le istituzioni si raccolsero attorno a quei magistrati impegnati in una lotta difficilissima, il paese intero camminava al loro fianco. «Fu un biennio straordinario –continua Caselli- per unità d’intenti, leggi importantissime approvate trasversalmente. Centinaia di latitanti eccellenti arrestati. Beni per diecimila miliardi delle vecchie lire confiscati a Cosa Nostra, una piccola finanziaria».
Poi qualcosa si inceppò, attacchi micidiali da parte della politica e dei media contro la Procura di Palermo, esaltata fino a poco prima. «Accadde che, come stanno a dimostrare due secoli di mafia-prosegue amaramente il magistrato-le indagini si fecero più approfondite, andarono a toccare il lato oscuro del pianeta Cosa Nostra. E quando si accertano le responsabilità di chi ritiene di essere immune dall’accertamento di queste responsabilità, allora diventi un nemico politico, una toga rossa, un malato di mente o, peggio, un comunista».
E Caselli comprese, nel 1997, che quella stagione, che la sua stagione era finita, la sua permanenza a Palermo avrebbe creato danni a quella Procura, non riusciva più ad essere il parafulmine, lo scudo per i suoi sostituti, perché lavorassero al riparo da attacchi e critiche. Lui era diventato l’obbiettivo da colpire e abbattere, e questo coinvolgeva tutto il suo ufficio.
Un altro magistrato, parte della storia del nostro paese, è stato ricordato da Nando Dalla Chiesa, Antonino Caponnetto, “Nonno Nino”. Anch’egli, dopo l’omicidio di Rocco Chinnici, chiese di andare a dirigere la Procura di Palermo, ricompose e rilanciò il pool Falcone e Borsellino, amò e protesse i suoi magistrati come figli, senza poterli salvare.
«Non capivo –spiega Nando Dalla Chiesa- perché nel 1995, Caponnetto si fosse impegnato in una campagna di difesa della Costituzione. Mi sembrava un’azione superflua, quasi anacronistica, non ne coglievo il senso. Invece Antonino Caponnetto aveva perfettamente compreso che era fondamentale difendere la Carta Costituzionale, la democrazia da un attacco profondo. Colsi appieno il significato di quell’impegno ad un convegno. Un ragazzotto, unico ideale probabilmente le sale da biliardo, lo stemmino con Alberto da Giussano sul bavero della giacca, si avvicinò al palco e disse a Caponnetto –stai zitto, scemo-. Stai zitto scemo a Nonno Nino! Lì capii che l’attacco alla democrazia era cominciato».
Anche Gian Carlo Caselli conserva uno struggente ricordo di Antonino Caponnetto «Era il dicembre 1992, una piccola chiesa nelle campagne di Rovigo, precisamente a Sariano. Conoscevo il parroco, don Giuliano, persona straordinaria, organizzava dibattiti in sacrestia, nelle osterie presentava libri. Andai a trovarlo per gli auguri di Natale insieme a mia moglie Laura. Tra i banchi massaie, ragazzi con le chitarre, lavoratori di provata fede comunista. In prima fila un uomo anziano, non lo riconobbi subito. Solo quando si avvicinò al pulpito, il volto dignitoso e sofferente, Antonino Caponnetto, arrivato da Firenze per farmi una sorpresa. Raccontò i suoi anni a Palermo, i sogni e le speranze di Falcone e Borsellino, ma anche le loro angosce e la loro solitudine. Laura e la maggior parte dei presenti piansero per tutto il tempo dell’intervento. Io riuscii solamente a sussurrargli un grazie, guardandolo negli occhi mentre gli stringevo la mano».
La lotta alla mafia è fatta di queste persone, sono loro, magistrati, forze dell’ordine ad arrestare latitanti a darci quotidianamente dentro, e con la stessa determinazione e continuità denunciano e perseguono relazioni esterne, collusioni e complicità. Loro e nessun altro.

di Riccardo Castagneri

fonte: NUOVASOCIETA’

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