L’amara lezione di Pino Masciari su “Libre”

da pinomasciari.it

Riportiamo l’articolo pubblicato oggi daLibre Associazione di idee, network creativo indipendente nato a Torino nel 2003. Libre valorizza voci, storie ed esperienze sviluppando modalità di comunicazione avanzate, interattive e multimediali, operando in modo sinergico attraverso molteplici strumenti: video, musica, fotografia, narrazione, teatro, cinema, eventi, web, televisione, rassegne e scambi internazionali.

Organizzare il coraggio: l’amara lezione di Pino Masciari

Aveva un lavoro, una casa, la sua terra. A nemmeno trent’anni era già un imprenditore affermato, nel ramo edilizio. Fatturati alle stelle, più di 200 dipendenti, un avvenire florido. Poi, l’inizio della maledizione: il racket del “pizzo”. «Ho sempre dato lavoro a tutti, fatto lavorare anche altre aziende nei miei cantieri. Ma il pizzo, no». Non solo non l’ha pagato, ma ai “picciotti” ha risposto a muso duro: «Io vi denuncio, vi mando in galera». Piccolo dettaglio geografico: tutto questo è avvenuto in Calabria. I “picciotti” erano affiliati alla ‘ndrangheta, e l’imprenditore da quel giorno ha praticamente smesso di vivere. Non è stato ucciso: è stato fatto scomparire. Non dalla mafia calabrese, ma dallo Stato. “Testimone d’ingiustizia”, lo ha ribattezzato lo storico Nicola Tranfaglia.

«A persone come questa, dovremmo innanzitutto dire grazie», ha detto il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, intervenendo alla diretta web “Cose Nostre” organizzata il 5 novembre dalla Femi, la federazione italiana delle web-tv, che a Torino, nello studio televisivo “Libre”, ospitava proprio lui, Pino Masciari, discretamente sorvegliato dagli agenti in borghese della scorta che gli è stata assegnata – non subito, peraltro – da quando è uscito dal limbo del “programma protezione testimoni”, il nulla assoluto nel quale era stato risucchiato all’improvviso, insieme alla moglie Marisa e ai figli piccoli, senza il tempo di avvertire amici e parenti, neppure gli 8 fratelli, neppure l’anziana madre. Un dramma: «Per mesi, mia madre era disperata: non sapeva che fine avessi fatto. Pensava che mi avessero ammazzato».

Il dramma ha una data precisa, 22 novembre 1994. Quel giorno, dopo due anni di minacce sempre più gravi e di inutili denunce a «tutori dell’ordine che si limitavano a lasciarmi il loro numero di telefono, evitando però di mettere a verbale le mie segnalazioni», Masciari varca la soglia della caserma dei carabinieri del suo paese, Serra San Bruno, e incontra il maresciallo Nazareno Lo Preiato. Il maresciallo non solo prende nota, ma avverte il comando di Vibo Valentia e accompagna personalmente Masciari a Catanzaro, alla procura distrettuale antimafia della Calabria, dove l’imprenditore trova finalmente chi lo prenda sul serio e ascolti la sua denuncia: da due anni vanno a fuoco i macchinari nei suoi cantieri, gli operai vengono spaventati da “picciotti” incappucciati e armati di lupara, uno dei suoi fratelli è stato preso a fucilate e ferito alle gambe. Tutto questo, da quando il titolare dalla Masciari Costruzioni si è ribellato: i mafiosi volevano il 3% sugli appalti e i politici collusi con la ‘ndrangheta reclamavano a loro volta il 6%.

Dopo la denuncia-fiume, che ha portato all’arresto di oltre 50 persone e persino alla condanna di magistrati “infedeli”, per Pino Masciari – il più importante testimone di giustizia oggi in Italia, secondo l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – comincia un altro tipo di inferno: di lì a un paio d’anni, dato l’esito devastante delle inchieste avviate dalle sue segnalazioni, un giorno scopre che deve caricare moglie e figli su un’auto, e sparire. Così, senza preavviso. E’ il 17 ottobre ‘97: i suoi “angeli custodi” portano la famiglia al nord, dapprima in provincia di Pavia, perché lo Stato ammette di non poter più garantire la loro sicurezza in Calabria. Alloggi freddi, spesso sporchi e anonimi, cambiati di frequente, anche ogni 15 giorni. Undici anni di calvario: «Ho chiesto che avessimo almeno una nuova identità, fittizia, se non altro per consentire a mia moglie, che è dentista, di lavorare: ma non c’è stato niente da fare, ci hanno risposto che se si fosse rimessa a esercitare la sua professione medica, avrebbe messo in pericolo me e i bambini».

Nella nuova vita di Pino Masciari affiora una scomoda compagna: la disperazione. «Arrivi al punto di non sapere più chi sei, ti viene voglia di sbattere la testa contro il muro e farla finita». Quando è uscito dal “programma protezione testimoni” si è addirittura trovato di colpo senza scorta: lo hanno aiutato i ragazzi dell’associazione “Libera” fondata da don Luigi Ciotti, creando delle “scorte disarmate”: «Lo seguivamo ovunque, evitando che restasse isolato». Nasce il club “Amici di Pino Masciari”: è l’alba di una nuova vita, la terza. Obiettivo: testimoniare la sua esperienza. Masciari ha girato l’Italia, ha solidarizzato con Salvatore Borsellino e i familiari delle vittime di mafia, ha ottenuto la cittadinanza onoraria di tante città. E infine, si è deciso – insieme alla moglie – a raccontare la sua storia in un libro. Si intitola “Organizzare il coraggio”, lo ha pubblicato la torinese Add.

Stefano Delprete, responsabile editoriale della pubblicazione, è sempre al fianco di Masciari nel lungo tour per la presentazione del volume, che l’ha portato anche in televisione, a “Domenica In”. Una presenza affettuosamente tutelare, quella di Stefano, come pure quella del maresciallo dei carabinieri che, coi suoi uomini, protegge la vita dell’ex imprenditore calabrese, spesso travolto – negli incontri pubblici – da emozioni non facili da controllare. Come il 4 dicembre a Cuneo, davanti al sindaco Alberto Valmaggia che gli ha conferito la cittadinanza onoraria: «Sono qui tra voi, tra amici, eppure non mi sento bene, se penso a tutto quello che ho perso. Sono un uomo pratico, un manager, non uno scrittore. Ero uno dei più brillanti imprenditori di tutta la Calabria, e ora non posso più fare il mio lavoro: questo è il prezzo che pago per amore della giustizia, in questo paese».

C’è un dolore incancellabile, umanissimo: la ribellione interiore contro l’ingiustizia subita. Un destino amaro: era uno studente modello all’università di Napoli, sarebbe diventato ignegnere ma dovette mollare tutto per aiutare nell’impresa familiare il padre, gravemente malato e poi morto giovane, a soli 55 anni. «Un uomo retto, di sani principi: merito suo se io e i miei fratelli siamo cresciuti così». I fratelli: a Pino, il maggiore, è toccato far loro da padre. Poi, la sparizione. A cedere al ricatto della ‘ndrangheta non ci ha mai pensato, neppure per un istante: «Avrei avuto una vita tranquilla, come tanti, ma non avrei più potuto guardarmi allo specchio e abbracciare mia moglie e i miei bambini». Sa di essere un’eccezione, e avverte: «Lo Stato siamo noi, tutti insieme. E possiamo batterla, la mafia, solo se stiamo uniti e teniamo gli occhi aperti: se cominciamo a indagare sulla vera identità di tante aziende che, anche al nord, costruiscono case e strade».

Organizzare il coraggio: è quello che Pino Màsciari chiede alla società civile italiana. Anche se, ovviamente, non è facile. Lui è il primo a saperlo: «L’altr’anno, a una commemorazione di Falcone e Borsellino, sono stato al sud per qualche giorno». Nonostante la forte scorta, la paura è tornata. «Mi sono svegliato nel cuore della notte: nella nostra stanza c’erano quattro sconosciuti. Credevo di morire di spavento, pensavo fossero lì per uccidermi. Invece mi guardavano, tranquilli. Se ne sono andati senza nessuna fretta». Un messaggio terribile: possiamo colpirti quando e dove vogliamo. «Màsciari? Un morto che cammina», ha detto qualcuno, denunciando il pericolo costante che lo costringe a convivere col fantasma della paura. Lui replica: «Sono consapevole dei rischi, so che la ‘ndrangheta non dimentica, ma ho fiducia in chi oggi mi protegge». Rifarebbe quello che ha fatto? Certamente, anche se è stato terribile veder crollare la propria azienda: «C’erano 200 famiglie che dipendevano da me». Accanto a Pino, la moglie Marisa: «Le devo tutto, è una donna straordinaria. Senza di lei non ce l’avrei fatta. E grazie a lei, nonostante tutto, sono felice», anche se il conto da pagare non finisce mai: «Cosa penseranno di me i miei figli, quando saranno grandi? Non posso saperlo. Per causa mia non hanno avuto una vita normale. Non sanno cosa significa correre liberi in un prato».

Il racconto di Masciari a tratti si spezza, la sua voce si incrina. Come quando rievoca l’ultimo incontro con la madre morente, al suo capezzale in un ospedale di Roma. «Per i miei figli era una sconosciuta. Ho dovuto spiegargli chi era: mia madre, la loro nonna». Pochi attimi, scolpiti nella memoria: «Stava per morire, ma ci ha “aspettato”. Ci voleva rivedere, ancora una volta. Non posso dimenticare le sue ultime parole. Mi ha detto: bravo, sono orgogliosa di avere avuto un figlio come te». Mentre la platea cuneese esplode in un applauso, Pino Masciari cerca di ritrovare la voce per continuare. «Non volevano andassi al funerale: troppo pericoloso. Ho detto: vado lo stesso. Mi ammazzano? Vorrà dire che morirò da uomo».

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