Le parole (bugiarde) della politica

di Gian Carlo Caselli – 4 luglio 2010
Nella crisi che angoscia il nostro Paese una parte importante ha anche l’uso distorto delle parole. Politica e verità sono spesso incompatibili. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale e trasformare il confronto in rissa perenne) costruisce verità virtuali per conservare il suo potere.
Dal mazzo infinito degli esempi possibili eccone alcuni sul versante giustizia. Chi cerca giustizia senza timori reverenziali verso i potenti è giustizialista. Peggio ancora, persecutore e golpista. Mentre chi gradua le regole in base allo “status” sociale dell’imputato è garantista. Garantismo   è anche concedersi il lusso assurdo (inconcepibile in qualunque paese democratico) di un governo con ministri e sottosegretari a giudizio o inquisiti per gravi delitti. Persino per certi politici con un pelo sullo stomaco da record, è dura ammettere che il loro vero obiettivo è l’impunità, per cui si è “costretti” a mentire insultando la magistratura e straparlando di politicizzazione: bufale che qualunque   confronto documentato smentirebbe in un amen, ma intanto ripetute senza ritegno, come si trattasse di vendere detersivi. Si fa un gran parlare di lotta irriducibile alla mafia, ma poi si lasciano i poliziotti senza mezzi, si accusa Saviano di sporcare l’immagine dell’Italia, si adotta uno scudo fiscale che concede privilegi impensabili agli evasori di ogni risma, si riformano le intercettazioni riducendone l’incisività. Di sicurezza ci si riempie la bocca ripetendo come un disco rotto il ritornello della tolleranza zero: per poi tollerare che il vero baluardo della sicurezza dei cittadini (le intercettazioni) sia bombardato affinché possano restare sepolti i vizi pubblici e privati di pochi, che si trincerano dietro un distorto concetto di privacy al solo scopo di continuare a farsi gli affari loro, magari poco limpidi, senza che nessuno ci metta il naso. Ogni tanto si balbetta qualcosa contro la corruzione ma poi non si fa assolutamente nulla di concreto. Dove si parla di riforma della giustizia (adesso ci penserà direttamente Lui…) si deve leggere mortificazione dei giudici, con l’obiettivo di sempre meno giustizia quando si tratta di affari che al solo pensiero di un qualche controllo l’orticaria impazza fra lorsignori. La formula processo “breve” va letta come processo “ucciso” prima che possa far danni a chi conta. Legittimo impedimento significa rifiuto del processo, mentre i vari “lodi” cambiano faccia ma non la sostanza, che è sempre quella di scansare   la legge infischiandosene dell’uguaglianza dei cittadini.

Nasce di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte di una certa politica, anche quando sono indiscutibili clamorose responsabilità, certamente politico-morali ma pure giudiziarie.   La strada maestra fino a ieri era confondere deliberatamente assoluzione con prescrizione, come nel caso Andreotti. Una sentenza definitiva elenca come provati e commessi fatti pesantissimi (scambi di favori con mafiosi; incontri con boss per discutere di fatti criminali gravissimi relativi all’omicidio di Pier Santi Mattarella; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale) e dimostra – una prova dopo l’altra – che fino al 1980 l’imputato ha commesso il reato di associazione a delinquere con la mafia (reato non punito, ancorché commesso, sol perché prescritto). Eppure, una sapiente quanto deformante propaganda – trasversalmente subita se non condivisa – ha stravolto i fatti e cancellato ogni responsabilità. Col risultato di una sostanziale legittimazione (per il passato, ma pure per il presente ed il futuro) di una politica che contempla anche rapporti organici col malaffare, persino mafioso. Per poi stracciarsi le vesti se non si riesce – oibò – a sconfiggere la mafia. Sicchè fa persino un po’ di tenerezza, oggi, il senatore Marcello dell’Utri che (condannato per gravi fatti di mafia a 9 anni in primo grado e 7 in appello, con sentenza quindi non ancora definitiva) si rallegra del…. successo ottenuto fino al punto di fare le condoglianze (!) al pubblico ministero del suo processo, nel momento stesso in cui continua pervicace-mente a definire eroe un mafioso come Mangano.   Mentre un battaglione di compiacenti e un un po’ patetici coristi si affanna a difendere il senatore sostenendo le tesi più assurde, pur di esorcizzare la realtà di una condanna che si può cancellare soltanto usando (ancora una volta…..) parole che imboccano strade diverse dalla verità.
Tratto da: ilfattoquotidiano

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