L’OLIO CHE FA PAURA ALLA ‘NDRANGHETA

di Rosalba Risaliti

Giacomo Zappia è il presidente della cooperativa Valle del Marro–Libera Terra, affidataria di terreni confiscati alla ’ndrangheta.

DOMANDA. Come è cominciata la storia dei beni confiscati?

RISPOSTA. «Da una proposta di Libera, nel 1995. L’anno dopo è arrivata la legge 109 che restituisce i patrimoni mafiosi alla cittadinanza. Da allora sono stati confiscati 11.152 beni immobili, la metà dei quali è stata assegnata».

D. Di che beni si tratta?

R. «Soprattutto di appartamenti e terreni agricoli, quest’ultimi sono più di 1.900, 1.200 dei quali già destinati e consegnati».

D. Come si è avvicinato a questa realtà?

R. «Ero laureato da poco quando Don Demasi, parroco di Polistena, referente di Libera, mi ha proposto di fare una ricognizione sui terreni confiscati nella Piana di Gioia Tauro, insieme ai Carabinieri e al commissario straordinario di governo. Due anni dopo è nata la cooperativa sociale Valle del Marro–Libera Terra. Ho deciso di investire in questo progetto».

D. Gli inizi non devono essere stati facili.

R. «I terreni erano abbandonati da anni, gli aranceti erano soffocati dai rovi, gli oliveti dalla boscaglia. Il lavoro è stato duro, ma siamo riusciti a farcela da soli, senza aiuti pubblici. Mentre lavoravamo per ricostruire i mafiosi si davano da fare per distruggere, tagliando alberi, incendiando, danneggiando i pozzi e i sistemi di irrigazione. Prima di allora i beni confiscati erano sempre rimasti inutilizzati, o ancora sotto il controllo degli ex proprietari. Sul nostro cammino abbiamo incontrato feroci cani da guardia, recinti e cancelli di cui nessuno aveva le chiavi. Abbiamo subito di tutto: sabotaggi, furti di mezzi e di attrezzature agricole».

D. A chi appartenevano i terreni della Valle del Marro?

R. «Oliveti e agrumeti appartenevano alle famiglie Piromalli e Mammoliti, protagoniste della storia criminale tra gli anni ‘60 e ‘90. Non ci interessa sapere chi si occupasse praticamente della cura della terra, preferiamo guardare avanti per impedire alle organizzazioni mafiose di infiltrarsi nel mercato del lavoro».

D. Com’è oggi la situazione?

R. «Le intimidazioni continuano, troviamo porte saldate e scassinate, lucchetti rimossi, furgoni fuori posto. I mafiosi vogliono farci sentire la loro presenza, per loro siamo un pugno nello stomaco, una minaccia concreta al prestigio sociale dei boss e al sistema del consenso. Toglier loro le terre e le case non significa solo impoverirli, è prima di tutto un colpo al mito dell’impunità».

D. E la gente del posto?

R. «Il loro sostegno è fondamentale per rompere l’accerchiamento mafioso. Negli anni hanno cambiato atteggiamento, molta gente ha capito che la mafia non dà lavoro vero. Oggi la nostra impresa è apprezzata perché garantisce un lavoro regolare e promuove il territorio, grazie anche alle intese commerciali con le Coop. Chi è passato dalla nostra parte ha rifiutato qualsiasi compromesso con la mafia, anche il “tirare a campare” nell’area grigia delle piccole illegalità. Abbiamo anche coinvolto gli agricoltori della zona, vogliamo valorizzare i prodotti di chi sceglie qualità e legalità, incoraggiare chi denuncia il racket, chi rispetta le normative sul lavoro, chi produce puntando sulla natura etica della propria azienda».

D. Conciliare impegno civile e qualità delle produzioni è possibile.

R. «Abbiamo adottato i sistemi di coltivazione biologica, produciamo olio extravergine di oliva, conserve di melanzana e pesto di peperoncini piccanti. Il nostro olio è stato citato dal mensile “La Cucina Italiana” come uno dei migliori extravergine della Calabria, anche la guida mondiale dell’olio d’oliva ci ha riservato uno spazio».

D. Il marchio Libera Terra è molto conosciuto, quanto spazio avete sul mercato?

R. «Sul territorio extra-regionale possiamo contare su una buona rete di commercializzazione, come le Coop e le botteghe del commercio equo e solidale. Sul territorio locale la distribuzione è invece assai carente».

D. Vi è capitato di inserire persone un tempo legate alla mafia?

R. «Fino ad oggi abbiamo avuto solo esperienze deludenti, ma non disperiamo. Le borse lavoro destinate a detenuti ammessi alle misure alternative non sono state prese in considerazione dagli stessi beneficiari».

D. Cosa manca di più alla vostra iniziativa?

R. «Per bonificare e ristrutturare i beni confiscati servono sostegni economici. Ma i soldi da soli non bastano, la nostra iniziativa ha bisogno di una rete sempre più ampia che coinvolga le istituzioni e le realtà economiche».

fonte: https: //terracinasocialforum.wordpress.com

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