Messico: Epidemia di desaparecidos

“Epidemia di scomparsi” di Marcela Turati* 


Nel loro pellegrinaggio in cerca dei parenti fatti scomparire dal crimine organizzato, diverse famiglie del nord del Messico si sono incontrate e conosciute; di fronte alla chiusura delle autorità hanno ricevuto l’appoggio della società civile, cominciato a condividere esperienze e si sono scoperte unite nella stessa causa, in una rete che, a Chihuahua, ha appena celebrato il suo terzo incontro.
Chihuahua, Messico. Nel salone le donne prendono appunti, annotano ciò che hanno ascoltato sui georadar che permettono di rintracciare resti umani sotto terra, come funzionano le prove del DNA, sul diritto costituzionale a coadiuvare le indagini, sul funzionamento della Corte Interamericana dei Diritti Umani e i dati delle Nazioni Unite.
Queste donne hanno già visitato tutte le camere mortuarie, hanno chiesto negli ospedali, sono andate nelle carceri, hanno cercato nei terreni circostanti, bussato a porte di funzionari sordi, presentato denuncie inutili, sono andate in pellegrinaggio a fosse da poco scoperte…
Non hanno ritrovato i loro scomparsi però sì molte famiglie segnate dalla stessa disgrazia e con le quali hanno fondato da meno di sei mesi la Rete delle Difensori dei Diritti Umani e Famigliari con Persone Scomparse. Questa a Chihuahua è la loro terza riunione.
“Sono già trascorsi tre anni: se al commissariato non hanno cominciato a cercare mio figlio, posso ancora incontrarlo?” chiede una madre all’altra, a colei che prende la parola, Norma Ledezma, ex operaia de Ciudad Juarez che sette anni fa, quando sua figlia scomparse, si trasformò in un’investigatrice esperta e riuscì ad obbligare l’ossidato apparato giudiziario a cercare sua figlia sino a quando poté seppellirla. “Hanno l’obbligo di cercare”, risponde Ledezma.
“Il Procuratore mi disse: Suo figlio lo ha inghiottito la terra”, sussurra un’anziana. Ledezma si arrabbia: “Non possiamo permettere che si prendano gioco di noi”. Il pubblico di Ledezma è formato da oltre 60 donne e alcuni uomini di vari Stati del paese.
“Se mi trovassi di fronte a coloro che si sono presi i miei figli, direi loro: dimmi dove sono, non mi interessa sapere perché lo hai fatto, dimmi solo dove sono. Così avrebbe fine questa perenne angoscia”.
Tutti alla riunione hanno la stessa ferita che non da tregua. Da quando si svegliano la mattina il loro unico pensiero è recuperare il corpo del proprio caro. Pregano Dio per sapere dove poter deporre un fiore, affinché finisca la tortura dell’incertezza.
Prima di giungere a quest’incontro hanno dovuto sopportare le voci di corridoio: “veniva gente a dirmi che mi avrebbero inviato la sua testa”, dice la sposa di Jaime. Altre sono state imbrogliate: “L’avvocato Victor Hugo del Toro ci disse che lo avevano trovato e per questo ci chiese 13.000 pesos, ma non era vero”. Tutti sono passati attraverso lo scherno delle autorità che non investigano alcunché; tutti hanno sofferto l’incomprensione di chi vorrebbe vederle rassegnate, perchè cercare è pericoloso: ma “Se non cerco io mio figlio, chi lo farà?” esclama la madre di Oscar German Herrera Rocha.
In un altro momento si scambiano dati, scoprono che diverse vittime sono scomparse nello stesso tratto di strada, e vogliono creare in blog per tenere accesa la memoria delle biografie degli assenti, per farsi coraggio e continuare a cercare. Ma soprattutto, piangono. Molto.
Fare rete era inevitabile. È nata lo scorso 26 di giugno a Saltillo. “La prima riunione fu impressionante: nella sala c’erano circa 80 persone. Fra loro una donna che mi disse: A me hanno rubato il marito, mio figlio di 9 anni e i miei cognati. E io pensavo a come facesse questa donna ad alzarsi contro tutto questo dolore, contro tutta questa ingiustizia” ricorda Lucha Castro, coordinatrice dell’ultimo incontro.
“Si parla di scomparsa forzata, secondo la definizione dell’ONU e dell’OEA, quando si priva della libertà a persone da parte dello Stato, paramilitari o con la complicità delle autorità, poiché è chiaro che non ci sono gruppi che non siano infiltrati da agenti dello Stato, municipali, statali o federali” afferma la Castro.
Sul pavimento ci sono i disegni colorati delle donne impegnate in un esercizio di connessione con i propri sentimenti. Uno di questi mostra una casa dalla quale esce una vipera. Sotto, la scritta: “Questo è il cammino di ritorno a casa”. Il dolore è a fior di pelle in quest’incontro di 65 famiglie che hanno perso qualche caro. “Parlarne un’altra volta è assai difficile, significa riviverlo, mentre uno cerca di evitarlo poiché non trova soluzione, è una ferita aperta. Nemmeno io sapevo se lo avrei fatto” spiega l’assistente sociale Concepcion Cruz Chavez, che oltre ad aiutare il gruppo è una delle ricercatrici: suo fratello scomparse due anni e mezzo fa.
“Qualcuno raccontava che deve chiudersi in bagno per piangere suo figlio, perché questa cultura maschilista esige che sia il forte della famiglia. Però tutta la sua vita è crollata: ha perso il lavoro, si è ammalato, prende una quantità impressionante di pastiglie per dormire” aggiunge Rodriguez Cervantes.
Alla fine tutti si abbracciano e dicono: “Non ti arrendere, non ti arrendere”, decine, centinaia di volte. Sino a quando esplode un pianto collettivo. Però non quello di sempre, perché il dolore ha un altro sapore in comune.

*Estratto da un articolo di Marcela Turati. Traduzione di Davide Ziveri.

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