Nablus, resistenza nonviolenta (WBB #8)

Entrando a Nablus, nel nord della Cisgiordania, il checkpoint israeliano che per anni ha chiuso in un embargo una città da circa 300.000 abitanti, pare oggi vestigia di archeologia dell’occupazione. Ma se la struttura in cemento rimane, seppur apparentemente fantasmagorica, a presidiare l’ingresso alla città è per ricordare la minaccia di rimanere, in un momento qualsiasi di un giorno qualsiasi, di nuovo sotto coprifuoco, come è successo per mesi interi in cui è stato possibile uscire di casa poche ore a settimana. La città che ritorna a respirare, anche se pare il respiro affannato di chi sta affogando, come in quella tecnica di tortura chiamata “il sommergibile” in cui si costringe la testa della vittima sott’acqua sino al limite della sopportabilità, è stretta d’assedio da tre basi militari e cinque colonie israeliane poste sui monti intorno alla valle in cui sorge il centro città. Ai bordi di questo è cresciuto dal 1948 uno dei tanti campi profughi della Palestina: Balata. Dieci minuti scarsi per attraversarlo in qualsiasi direzione, ma migliaia di persone stipate in costruzioni irregolari che portano ancora i segni delle pallottole sparate durante le frequenti incursioni dell’esercito israeliano. Scappare da questa faticosa esistenza equivarrebbe a perdere il diritto al ritorno nei villaggi di origine, cancellati durante la fondazione dello Stato d’Israele. Per questo M., che abita a Balata, ma lavora in uno degli alberghi più belli della città, seppur semideserto, decide di rimanere, pur avendo goduto di diversi viaggi in Europa in cui avrebbe potuto cercare miglior fortuna. La sua scelta ci insegna che i diritti dei rifugiati palestinesi sono un nodo essenziale per i diritti di tutti noi.

Durante la seconda Intifidada, all’inizio degli anni duemila, Israele ha invaso le città di Jenin e Nablus, centri economici e riferimenti storici della nazione palestinese. I racconti dei giovani sono ancora fumanti. Camminiamo per le viuzze del Suq sapendo che negli occhi delle persone che incontriamo sono conservati ricordi di sangue. Nella folla del mercato ognuno ha sofferto in prima persona questa guerra senza nome. Le parole puzzano quando ti raccontano degli attacchi aerei o di un carro armato che ha sfondato due case per far entrare le truppe nel centro storico, lasciando sotto le macerie una famiglia di nove persone. Tutti civili. Ci sono anche le targhe dei martiri, coloro che hanno imbracciato le armi. Una scelta legittima in un attacco di un esercito ad una città. Una scelta difficilmente condivisibile se pensata alla luce di considerazioni politiche, per quanto anch’esse contradittorie e inefficaci nel supportare un reale processo di pace.

Anche nella stessa Nablus, nonostante l’urgenza delle aggressioni armate, c’è chi comprende ma non assume su di sé il peso di una resistenza armata. Sotto l’invasione W., volontario nel corpo paramedico, organizzava picnic ai checkpoint invitando a risvegliare la comune umanità sotto le divise dei soldati israeliani. Tra le tecniche da questi usate la distruzione dei luoghi della socialità come il bagno turco o la vandalizzazione della moschea fanno pensare più che a una guerra e ai suoi effetti disumanizzanti, a una vera e propria strategia di tortura sociale. Contro questo attacco alla comunità la resistenza nonviolenta si preoccupava di organizzare un sistema educativo alternativo, data l’impossibilità di raggiungere le scuole a causa del coprifuoco. Modesti e coraggiosi esempi di resistenza che mantengono salde le relazioni e l’identità di un popolo, quello palestinese, determinato anche nell’esplorazione di queste vie alternative alla violenza, comunque represse dal controllo israeliano, ma forse le uniche, conclude W., che possono disegnare un futuro.

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