''Non si parte da zero sulla zona grigia c'e' una base di verita'''

di Alessandra Ziniti – 30 maggio 2010
Palermo.
L´Italia dopo le stragi del ‘92, Giancarlo Caselli, arrivato a dirigere la Procura di Palermo sei mesi dopo, la ricorda così…

…«Un chilometro e mezzo di autostrada polverizzata a Capaci e un quartiere della civilissima Palermo trasformato in Beirut, le parole di Caponnetto: “E´ tutto finito”».

Era un´Italia davvero in ginocchio, procuratore Caselli?
«Un´Italia in ginocchio con il rischio di diventare un narco-Stato, uno Stato-mafia. Un´Italia che si è salvata riuscendo a non precipitare nel baratro in cui qualcuno voleva cacciarla. Merito di tutti, di una grande unità di intenti senza colore di casacca che ha dato risultati come la relazione della commissione Antimafia su mafia e politica approvata all´unanimità, che ha fornito nuovi strumenti, legge sui pentiti e 41 bis, e insieme nuova energia a magistrati e investigatori. Insieme ad una mobilitazione di massa per dire: “Io in uno Stato-mafia non ci voglio vivere”. Ci siamo risollevati, con il concorso di tutti, Procura di Palermo in prima fila. Gli arresti dei grandi latitanti sono cominciati allora, da Riina a Bagarella, da Brusca ai fratelli Graviano, da Aglieri a Spatuzza. E 650 ergastoli, sequestri di beni e di armi da guerra. Insomma, se oggi si riapre il discorso sui mandanti occulti è anche perché abbiamo risollevato la testa».

Ma fino ad oggi si è colpita soprattutto la mafia militare, mentre le “entità” di cui parlava anche Falcone sono rimaste senza volto.
«Falcone chiedeva una legge sui collaboratori di giustizia che è arrivata solo dopo la sua morte e che è letteralmente intrisa del suo sangue. Parlo con le sue parole quando a proposito di quella che definiva “inerzia” nel mettere a punto questa legge citava gli “inquietanti rapporti della mafia con il mondo politico e i centri di potere extraistituzionale per far sorgere il sospetto che non si voglia far luce sui misteri politico-mafiosi per evitare di rimanervi coinvolti”. Un´analisi spietata quella di Falcone, forse ancora molto attuale se fosse vero che qualcuno rema contro. Dell´insegnamento di Falcone dobbiamo tenere conto per tutti i processi che toccano la zona grigia».

Molti processi sono stati avviati quando lei era procuratore a Palermo, con alterne fortune.
«I processi ai cosiddetti imputati eccellenti li abbiamo fatti perché i rapporti con pezzi di politica sono nel Dna della mafia. E´ verità storica che chi si inoltra lungo il sentiero delle collusioni deve mettere in conto aggressioni e calunnie. Io ho dovuto subire una legge “contra personam” per escludermi dal concorso per la Dna perché avevamo osato toccare Andreotti. Questo è un paese che dimentica».

Perché dice questo?
«Chi oggi chiede chiarezza sulle complicità istituzionali, dov´era? C‘è una sentenza che dice che quel signore sette volte presidente del Consiglio fino al 1980 ha commesso il delitto di associazione per delinquere con la mafia. La verità sempre, e non ogni tanto. Fermo restando, sia chiaro, che Andreotti con le stragi non c´entra niente».

Appunto, e le stragi?
«Gli autori materiali della strage di Capaci sono venuti fuori da un atto istruttorio della Procura di Palermo, un verbale di interrogatorio reso a me dal pentito Santino Di Matteo dell´ottobre 93. Tutto comincia qui. Come l´inchiesta sui sistemi criminali che ha dato un grosso contributo al lavoro sulle stragifatto in simbiosi con il collega Chelazzi di Firenze. Oggi tornano ad occuparsi delle stragi magistrati con cui ho avuto l´onore di lavorare a Palermo, professionisti di straordinario spessore, onesti e, a differenza di molti che pontificano oggi, non scaltri. Uso un´espressione di Peppino Di Lello, il quale diceva: “sono tanti in teoria a riconoscere le connessioni tra mafia e potere politico ma poi in pratica colpiscono solo l´ala militare”. I magistrati che indagano sulle stragi sanno assumersi le loro responsabilità e occuparsi di quello che il collega Scarpinato definisce il lato “osceno”, cioè fuori scena, della mafia. Se oggi speriamo di scoprire la verità è anche perché in passato sono state portate avanti e inchieste che hanno aperto una breccia importante».

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