NON SPARATE ALL’ELEFANTE (WBB #5)


Parafrasando il motto della teoria di Lakoff, tanto più si pensa al nemico, tanto più lo si vede dappertutto. Se un giorno si materializzasse un elefante in mezzo agli ulivi di un fazzoletto di terra rimasta palestinese tra la casa di un colono e la strada occupata della zona H1 controllata da Israele nella città cisgiordana di Hebron, nonostante l’imperativo morale si finirebbe con l’essere divorati dalla paura se quell’elefante non venisse distrutto. Non so se l’elefante sia un attentato alla sicurezza dello Stato di Israele per essere già stato usato come arma non convenzionale durante le guerre puniche o perché ti assalga una strana sensazione paranoica credendo di aver visto tale animale nel deserto di questa città antichissima. Di certo, l’elefante in questione, creato quel pomeriggio dai bambini che frequentano il centro comunitario della Hebron occupata, ha attirato l’ira dei coloni che lo hanno vandalizzato tirando pietre sotto lo sguardo apatico dei militari. Questi infatti sono presenti (in rapporto 2 a 1 con i coloni) per proteggere questi ultimi (e stranamente non i cittadini palestinesi nonostante Israele nell’area abbia il controllo totale, essendo potenza occupante). Tocca alla polizia far rispettare la legge in questo limbo del diritto internazionale. Polizia che incontrata a poche centinaia di metri di distanza, nel vicino insediamento israeliano nei Territori Occupati, in effetti lamenta il comportamento di questi coloni estremisti che macchierebbero il buon nome degli altri coloni. Ricordiamoci però che benché l’atto di aggressione contro persone, bambini in particolare, cose e proprietà palestinesi, sia un crimine individuale, per quanto impunito, la responsabilità dell’occupazione civile, sancita dalle convenzioni di Ginevra, rimane un problema sia dell’alta strategia politica, sia dei cittadini israeliani che decidono, spesso solo per convenienza economica, di abitare nei Territori Occupati Palestinesi.

Y. ci guida dentro la zona H1, per le vie deserte fiancheggiate dai portoni chiusi dei negozi palestinesi abbandonati sotto la pressione degli attacchi dei coloni e saldati, con tanto di merce ancora sugli scaffali, dall’esercito israeliano per “sterilizzare” – sono parole di un ex soldato che operò nell’area – il centro città in anelli concentrici e mantenere una pace armata dopo l’attacco di un israeliano nell’antica moschea che fece molti morti tra i mussulmani in preghiera. Y. ha svolto i tre anni di servizio militare obbligatorio proprio a Hebron e ricorda commosso i compagni caduti sotto il tiro dei cecchini palestinesi, ma non manca di evidenziare come gli fu ordinato di rispondere: con raffiche di mitra sulle case civili per rappresaglia. Quest’esperienza ha sollevato in lui molte domande scomode che ha incontrato riflesse nel segreto buon senso dei suoi commilitoni. Tornato a casa a Tel Aviv ha organizzato una mostra fotografica che rivelava qualcosa di non detto sull’esercito più potente e stimato al mondo. In poco tempo molti altri militari hanno espresso i loro dubbi sui metodi dell’esercito israeliano, definito con ironia “forza di difesa”. Questi coraggiosi che hanno osato “infrangere il silenzio” (l’associazione si chiama infatti “Breaking the silence”) sono considerati dei traditori: la famiglia di Y. vive in una colonia e non l’ha ancora mandata giù. Eppure c’è chi cerca di capire: ogni anno Y. accompagna tanti israeliani a vedere gli effetti di questa politica di occupazione incontrando alcune vittime palestinesi e diffondendo le testimonianze di giovani israeliani costretti a un mondo militarizzato che giustifica sé stesso con falsi eroi e troppi miti. Contro questa immagine luccicante che rende l’esercito attraente e necessario la testimonianza di un ragazzo palestinese oggi volontario al centro comunitario della Hebron occupata, autore, insieme a molti bambini, del pericoloso elefante. Le storie che racconta basterebbero a chiarire ogni dubbio sulle responsabilità di persone armate, di qualsiasi parte, e la popolazione civile. Conclude con un semplice invito: “You can see and you can decide what is good and what is wrong!”. Il viaggio dunque continua…

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