Paura e coraggio a Ciudad Juarez

E’ stata punita per aver alzato la voce a Ciudad Juarez. Vive nella paura, chiedendosi quando verranno a prenderla e chi sarà la prossima della lista. Le ultime sono state Marisela Escobedo e Susana Chavez. Marisela Ortiz Rivera, fondatrice di Nuestras Hijas de Regreso a Casa (Le nostre figlie di ritorno a casa), lotta da un decennio e non pensa di smettere. “Morirò qui, non fuggirò mai”. A metà della conversazione, Marisela risponde al cellulare.

Ascolta qualche parola e interrompe l’interlocutore: lo incita ad allontanarsi quanto prima dalla scena del crimine. Le sue parole sono precise, reagisce come se fosse abituata a ricevere frequentemente telefonate di questo tipo. Quella di oggi era di un familiare che ha presenziato pochi secondi prima all’uccisione del conducente di un fuoristrada da parte di un gruppo di uomini armati, che gli hanno sparato contro.

E’ martedì nove marzo del 2010 a mezzogiorno quando  a Ciudad Juarez si sentono le sirene delle ambulanze, uno dei suoni quotidiani che accompagnano l’esistenza di questa città di frontiera. Quel giorno si registrano altri cinque omicidi. Entro la fine del mese, il numero di persone morte in modo violento sarà di 240, delle quali 28 erano donne, secondo la Fiscalìa General dello Stato. In altre parole, otto assassinii al giorno in media. Donne morte con nome e cognome, che le autorità convertono in numeri discordi e imprecisi.

Marisela insiste perché il suo interlocutore si allontani immediatamente. In questo mare di sangue non si sa cosa potrà succedere. Non si ripone fiducia né nelle cifre né nelle persone. La polizia può arrivare e incolpare del crimine il primo curioso che trova. I sicari possono tornare per dare il colpo di grazia al conducente e sparare a destra e a manca. Non sarebbe la prima volta.

Riattacca e racconta che per 500 pesos (circa 30 euro) ci sono minorenni disposti a commettere un omicidio, mentre il grupo La Linea, considerato il braccio armato del Cartello di Juarez, offre mille pesos per premere il grilletto. Si uccide per niente e per qualunque ragione. La morte si negozia a prezzi bassissimi.

I giovani, continua Marisela, vedono ormai i crimini come qualcosa di normale. Se la morte arriva alle porte della loro scuola o si fa trovare ogni quindici giorni all’angolo della loro casa questo atteggiamento non deve sorprendere. Come se non bastasse, l’impunità semplifica ulteriormente il lavoro degli assassini: senza il pericolo di un castigo, è sufficiente puntare il mirino e sparare, non c’è bisogno di fuggire dalla città.

Violenza e impunità è quel che ha visto Marisela Ortiz Rivera negli ultimi dieci anni.

La violenza che combatte Marisela, una donna nata a Chihuahua nel 1958, l’ha vissuta sulla propria pelle. Alzare la voce è un’attività pericolosa. Colui che chiede giustizia o reclama azioni giudiziarie verrà perseguitato, intimidito, picchiato o ucciso. Gli attacchi possono arrivare da parte delle autorità, del crimine organizzato, da un presunto omicida e perfino dagli altri cittadini. Il mare agitato crea confusione. Non c’è chiarezza sufficiente neanche a capire chi sia l’aggressore.

Quest’oscurità avvolge la morte di Susana Chavez Castillo, attivista e poeta cui si attribuisce lo slogan “Neanche una morta di più” in relazione ai crimini di Ciudad Juarez. Il suo cadavere è stato trovato lo scorso 6 gennaio nelle vie Cristobal Colon e Ramon Corona. Era stata asfissiata e le era stata tagliata la mano destra.

Solo qualche ora dopo la diffusione della notizia della sua morte, Carlos Manuel Salas, capo della polizia dello stato di Chihuahua, ha dichiarato che la Chavez è stata uccisa dalla delinquenza comune, che gli avrebbe tagliato la mano per simulare un’esecuzione compiuta dai narco e che il suo attivismo sociale non ha influito nell’assassinio. La Chavez scriveva poesie sui femminicidi e reggeva striscioni durante le marce per Ciudad Juarez. Le sue mani erano uno strumento di protesta e gliene hanno strappata una. Strane coincidenze.

Marisela conosceva bene Susana Chavez. Hanno condiviso ideali e esigenze in Nuestras Hijas de Regreso a Casa, l’organizzazione che Marisela ha fondato nel 2001. La Chavez si era unita fin dagli anni novanta alla lotta per i diritti delle donne e contro i femminicidi. La sua vita è stata un esempio di resistenza cittadina e la sua morte un’esibizione della fragilità che affrontano i difensori dei diritti umani nello stato di Chihuahua.

Negli ultimi anni le aggressioni agli attivisti sembrano essere parte di una strategia che cerca di provocare silenzio e sottomissione. La paura inizia a farsi strada quando si viene a conoscenza degli attacchi contro gli altri difensori. In questo modo, assicura Marisela, tutti pensano che presto o tardi saranno i prossimi della lista.

Questo è successo a Josefina Reyes Salazar, che si prendeva cura delle vittime degli abusi dei militari, e ogni tanto pensava che sarebbe morta in modo violento. Il suo timore è risultato fondato: il 3 gennaio 2010 è stata assassinata a bruciapelo in una strada della Valle di Juarez. Secondo un testimone, le ultime parole che ha sentito sono state quelle di un uomo armato che le ha detto: “pensi di essere così figa perché fai parte delle organizzazioni”. Suo fratello Ruben è stato ucciso il 18 agosto del 2010.

L’ondata di morte per la famiglia Reyes Salazar non si è fermata lì. Lo scorso 25 febbraio i corpi di Malena, Elias Reyes Salazar e di Luisa Ornelas, moglie di quest’ultimo, sono apparsi in una strada della Valle di Juarez, vicina al luogo dove lo scorso 7 febbraio sono stati sequestrati.

“Dal 2009 non ho smesso di scavare tombe per i miei figli. Le mie perdite sono grandi: avevo proibito loro di andarsene prima di me e non mi hanno ascoltata”, ha detto Sara Salazar, di 73 anni, che ha visto morire quattro dei suoi figli, un nipote e una nuora. Coloro che sono rimasti in vita tra i Reyes Salazar,  che gestiscono da anni una panetteria nel comune di Guadalupe, non vogliono più mettere in pericolo le loro vite. Per questo trentadue componenti della famiglia stanno preparando i documenti per andarsene dal paese: probabilmente chiederanno asilo politico in Spagna.
Nel più recente aggiornamento del rapporto sulla situazione dei difensori dei diritti umani in Messico, elaborato nel novembre 2010, l’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani si legge una grande preoccupazione per la sicurezza di sette attiviste che risiedono nello stato di Chihuahua. Il documento avverte dell’esistenza di altri casi di difensori dei diritti umani che hanno abbandonato la città prima che il clima diventasse così ostile, com’è successo nel 2009 nel caso di Gustavo de la Rosa, osservatore a Juarez della Commissione Statale dei Diritti Umani che si è auto esiliato per diversi mesi negli Stati Uniti.

Il colpo di grazia di questa catena di intimidazioni contro i cittadini organizzati è stato l’omicidio di Marisela Escobedo Ortiz lo scorso 16 dicembre. Un’altra Marisela combattiva e forte, che per più di due anni aveva chiesto giustizia per l’omicidio di sua figlia Rubì Marisol, è stata uccisa sotto il naso del potere.

Di fronte al palzzo di Governo, nel pieno centro della capitale, il proiettile che ha colpito la sua testa ha messo in chiaro che chiunque può agire per castigare coloro che denunciano.

Ogni crimine è un avviso.

Marisela sa che quando minacciano o attaccano un attivista c’è un messaggio implicito e diretto per il resto dei difensori e dei cittadini.

“Di fronte all’incapacità e al disinteresse da parte di coloro che dovrebbero trovare soluzioni alla violenza, chiunque può commettere questo tipo di azioni con la garanzia dell’impunità. E’ dimostrato ogni volta di più che la difesa dei diritti umani provoca un grosso rischio di perdere la vita per mano di gente che si fa scudo di questo stato di decadenza, dove predominano la criminalità e il malgoverno”, ha concluso la nostra Marisela un giorno dopo l’assassinio dell’altra Marisela, sua compagna di lotta.

fonte: http://www.elmanana.com/diario/noticia/Nacional/Noticias/Activismo%20al%20l%C3%ADmite%20en%20Ju%C3%A1rez/1069170

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