Prezzemolo e speranza

Le parole sono state per tutta la settimana bloccate in fondo alla gola, soffocanti, ferme, intasate. Mescolate ai singhiozzi, ai sentimenti che non riuscivano a trovare altro canale espressivo che le lacrime.
Sgomento, dolore, incredulità, per il rapimento e la rapida, brutale fine di un amico.
“Lo conoscevi Vittorio?” mi hanno chiesto in tanti, quelli che sanno del mio amore per la Palestina, dell’impegno di anni, ora più discontinuo, ma ancora attivo.
“Si, era un amico, un fratello” mi sono sorpresa a rispondere. Anche se non ci eravamo mai visti.
Ci siamo sfiorati tra i miei 10 viaggi brevi in 8 anni e la sua presenza continuativa a Gaza, ne ho letto man mano le testimonianze, ascoltato le cronache, visto in collegamento le immagini e sentito la voce anche recentemente, mentre raccontava con partecipazione e competenza politico-giornalistica delle manifestazioni di marzo, anche a Gaza, a sostegno delle rivolte mediorientali e maghrebine, per l’unità di Cisgiordania e Gaza chiesta a gran voce dai ragazzi per strada, rivolti ad Hamas, all’ANP, a tutti noi..
Era un amico Vittorio, un fratello, come può esserlo solo chi ha condiviso (seppure a distanza di tempi e luoghi, seppure in quote diverse) con te un impegno così particolare e importante: il sostegno nonviolento ai cittadini palestinesi , interponendosi con il proprio corpo, le parole, il passaporto, tra loro e l’esercito israeliano occupante.
Con tutti coloro che ho incontrato in questi anni tra Ramallah, Nablus, Gaza, Gerusalemme, ecc. si è creato un rapporto speciale. E’ inevitabile. Ci si è riconosciuti, protetti, sostenuti, affidati l’uno all’altro; si sono imparate risorse e debolezze, si è discusso e litigato. Si è lavorato da qua, ma soprattutto io ho tremato per chi leggevo e sentivo da laggiù qui in Italia, quando non potevo essere lì, per decidere assieme cosa fare, quanto rischiare, da che strade passare, in che azione di sostegno ai palestinesi ingaggiarsi (perché sempre troppi erano i fronti aperti, i pericoli di essere arrestati, feriti, uccisi, picchiati, trattenuti sotto il sole o la pioggia, per ore, dai soldati o dai cecchini).
E’ curioso: dalla sua prima corrispondenza Vittorio mi ha conquistato e fatto preoccupare al tempo stesso. Ho pensato: “Ecco uno che sa scrivere e raccontare, rende per immagini ciò che succede realmente, coinvolge senza far leva su emotività, ideologie, toni enfatici, sempre molto sollecitati in chi, testimone e cronista, si trova in un luogo e in situazioni così estreme, nuove, folli”.
Non mi risulta che si sia definito giornalista, che abbia potuto godere di qualche piccolo o grande privilegio di chi svolge quella professione, ma scriveva meglio di tanti mestieranti strapagati o onesti inviati in zona di guerra, che una volta arrivati a Gaza non potevano che appoggiarsi a lui, alla sua competenza e al network di relazioni costruite nel tempo. Loro tornavano, io tornavo, lui restava.
Così come è stato definito erroneamente cooperante, quando in realtà era un volontario, attivista, membro di una piccola e coraggiosa organizzazione di persone come lui, con cui io stessa ho collaborato in alcune missioni di pace: il ISM (International Solidarity Movement). Non era cooperante, non percepiva stipendi, non aveva quello status, che pur se comunque scomodo e incredibilmente prezioso, è e resta ben diverso dall’essere laggiù più o meno da solo, con le tue idee, le convinzioni etiche e politiche, qualche compagno di avventure per pochi giorni, settimane o mesi, proveniente da ( e spesso rientrante in) Germania, USA, Svezia, Spagna, …
Uno tra i migliori giornalisti, un cooperante perché realmente lavorava con i contadini e i pescatori, i bambini e i medici, dovunque fosse utile.
Già, a Gaza ed in Cisgiordania non si può nemmeno piantare il prezzemolo nel proprio campo senza rischiare la vita. Noi accompagnavamo bambini a scuola, famiglie in ospedale, attraversavamo zone di coprifuoco per portare cibo a chi era costretto dai cecchini a stare a casa, salivamo sulle ambulanze per recuperare i feriti sotto il fuoco di Tsahal. Lui ha scelto di coltivare prezzemolo e speranza, di uscire in mare per pescare pesce e un po’ di fiducia, di scrivere su giornali e blog per allargare l’attenzione e la consapevolezza di chi sta oltre l’assedio di Gaza, di chi non sa o non vuol sapere.
Per reggere il dolore dell’immagine del suo rapimento (ferito, bendato, ammanettato) e la notizia della sua fine (soffocato) ho continuato a pensarlo in riva al mare, sula spiaggia di Gaza city, con lo sguardo lungo e pensoso, aperto, come solo davanti al mare è possibile . Lì coi suoi amici, al tramonto, fumando il narghilè.
Gaza è un posto inquietante, folle, estremo, mi è difficile pensare che un giovane della Brianza possa esserci stato così a lungo. Ma Gaza è anche bella, ricordo inverni miti, bambini vivacissimi, il mare,.. ci si potrebbe vivere bene. Vittorio ha imparato a viverci, così come tutti i profughi palestinesi, i cittadini, qualche cooperante, qualche volontario,..
Aveva scelto quella terra, Gaza, in terra di Palestina, dopo essere stato , come tanti di noi, folgorato alla porta di Damasco a Gerusalemme. Impossibile non farsi prendere dalla’atmosfera mediorientale, impossibile non vedere da subito l’ingiustizia, l’apartheid, la violenza dell’occupazione, sempre più scientifica ed efficiente nel corso di questi 10 anni, quasi asettica in Cisgiordania rispetto al passato. La brutalità ora è più nascosta ed organizzata, ma basta andare a Betlemme come fanno quasi tutti i turisti ed allora ecco il muro. Non si non chiedersi: “Come è possibile?”
Potrei parlarne e scriverne per ore, non lo farò, chi vuole sapere, chi vuole vedere ha oggi tutti gli strumenti, molte più occasioni, nonostante la propaganda israeliana e quella dei cosiddetti alleati.
Vittorio era amico di tutti i popoli e degli oppressi in particolare, era nemico di confini e appartenenze rigide, di muri e barriere. In questi giorni di grande dolore ci ha riunito tutti intorno ad ideali intramontabili quanto difficili da rendere possibili in questo mondo, ci ha permesso di superare l’embargo e l’assedio di gaza, di sentirci parte della famiglia umana, più vicini ai Palestinesi ed agli Israeliani che si battono per una pace equa.
Pochi giorni prima è stato ucciso a Jenin in circostanze ancora da chiarire Juliano Mer Khamis, attore-regista di madre israeliana e padre palestinese, animatore del teatro di Jenin, testimone di pace come sua madre Arna, autore del bellissimo film “Arna’s Children”.
A Misurata in Libia mentre scrivo stanno morendo i civili , i fotoreporter di fama mondiale, che cercavano di farci vedere l’orrore della guerra, di qualsiasi guerra. Muoiono innocenti e testimoni della violenza, si soffocano voci libere, si chiudono occhi attenti e affettuosi.
Riusciremo a restare umani, come Vittorio ci sollecitava sempre? Qualcuno forse l’umanità la ha già persa da tempo, forse anche i suoi assassini. Restare umani nascendo e crescendo a Gaza è certamente un’impresa ai limiti del possibile, perché l’occupazione, Piombo Fuso, l’embargo, fanno di tutto per disumanizzare i Palestinesi.
Ecco perché mi sento ancora più responsabile per quanto avviene fuori dal cerchio dei nostri piccoli mondi (il mio lavoro, la mia vita, la mia città,..): in fondo per noi restare umani sarebbe, è, molto più semplice.
Diffidiamo, per favore, di chi tenterà di sporcare l’immagine e la vita di Vittorio definendolo antisemita, nemico di Israele, simpatizzante di Hamas, ecc..
E’ solo la cattiva coscienza di chi non riesce nemmeno a capire come possano esistere persone del suo spessore. Ci ha insegnato moltissimo ed era così giovane….

Barbara Di Tommaso, Milano-Bulciago-Gaza city Pasqua 2011

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