Processo per l'omicidio di Vittorio

Non durerà molto il processo a carico dei quattro giovani accusati di aver rapito e ucciso Vittorio Arrigoni, attivista originario di Bulciago, ammazzato a Gaza il 15 aprile da un gruppo di presunti integralisti salafiti. La giustizia nei territorio occupati della Striscia è rapida. La prossima udienza è fissata per il 22 settembre e la sentenza dovrebbe arrivare nel giro di qualche giorno. Gli imputati sono Mohamed Salfiti di 23 anni, Tamer Hasasnah e Amer Abu Ghula di 25 e Khader Gharami di 26. Tre devono rispondere dell’accusa di omicidio e rischiano fino alla pena capitale.
I genitori della vittima possono comunque chiedere la sospensione dell’esecuzione, generalmente per impiccagione o fucilazione. Uno dei ragazzi invece è alla sbarra perché si pensa abbia ospitato i due ricercati eliminati subito dopo il rinvenimento del corpo del pacifista durante un raid compiuto dalle forze di polizia. Nel peggiore dei casi per quest’ultimo la condanna non supererà i tre anni. Per la causa civile invece occorrerà attendere qualche mese e potrà essere avviata subito dopo la chiusura del procedimento penale. L’avvocato scelto dai genitori potrà intervenire solo per chiedere un risarcimento dei danni. Lo prevede l’ordinamento locale, secondo cui, nelle corti militari, è vietata la costituzione delle parti civili.

Per questo giovedì, all’avvio del processo, il legale Eyal al-Alami incaricato di rappresentare il padre e la madre è stato subito invitato a sedersi tra il pubblico, come semplice uditore. All’udienza hanno assistito non più di una trentina di persona tra cooperanti e amici di Vik. Pochi anche i giornalisti del posto presenti. Gli esponenti di Hamas non hanno voluto pubblicizzare la notizia. Prima dell’inizio del processo il procuratore militare li ha incontrati per fornire alcune informazioni.

«Il nostro tribunale lavora alla luce del sole – li ha avvisati – È aperto alla presenza di chiunque e tutti hanno diritto a presenziare. Secondo la legge di questo paese, non sarà possibile pubblicare le foto degli imputati finché non finisce il processo. Se non vengono condannati non possono essere fatti passare per assassini, è una questione di onore».
La discussione non è durata molto, perché i difensori dei quattro hanno chiesto tempo per studiare la documentazione che non era ancora in loro possesso. Si tratta di materiale video e di trascrizioni degli interrogatori. L’istanza è stata accolta e l’udienza appunto riaggiornata. «Non è stato bello entrare in quell’aula, non è stato bello vedere la faccia dei quattro ridere sicuri per quello che hanno fatto – ha raccontato una dei presenti in aula – Per il momento non c’è niente che ci possa far pensare ad una verità su quanto è successo, ad una giustizia».

di Daniele De Salvo

 

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