Rinascere da Rosarno

Da un continente all’altro. Da Stato a Stato. E poi, ancora, come in un flipper, di paese in paese. La destinazione è un comune di circa 14 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria: Rosarno. Mai si sarebbero aspettati una situazione simile; la conclusione tragica di un viaggio lungo anni alla ricerca di un lavoro, di una situazione stabile. Una conclusione da cui però gli immigrati di Rosarno vogliono far nascere una nuova vita, ripartire.
James e Iacouba sono seduti l’uno vicino all’altro. I loro occhi raccontano, ben prima delle parole, la loro tragica esperienza. Camicia nera e jeans, scarpe sportive e sorriso sempre pronto. James ha voglia di parlare, di raccontare la sua storia, le sue esperienze. È un giovane ghanese, sposato e con due figli. È uno delle vittime degli scontri di Rosarno del gennaio scorso.

Prima di arrivare in Italia ha trascorso diversi anni in Malaysia. Arrivato in Asia sudorientale iniziò a cercare lavoro. Accettò la prima opportunità presentatasi: muratore in un cantiere edile. Stipendio basso, tanto da non riuscire a viverci. È costretto agli straordinari e i ritmi di lavoro lo fanno ammalare. Spesso veniva truffato dal datore di lavoro, che scompariva senza pagare lo stipendio settimanale o quello mensile. Non riuscii a rinnovare passaporto. Tredici anni da clandestino senza comunicare con la famiglia in Ghana, che credeva fosse morto. Ma era lui stesso a non voler sentire la moglie, i figli. La vergogna per non essere in grado di mandare soldi alla madre era tanta; quello che guadagnava bastava a stento per James.
Grazie all’amnistia a tutti gli stranieri che erano in Malaysia illegalmente e ad alcuni incontri fortunati, riuscì a tornare a casa. Da lì, decise di partire per l’Italia. Felice, pensava che i sogni si sarebbero potuti realizzare. Bologna, Venezia e poi Pordenone. Ma il lavoro è poco. Decide di scendere al Sud. Napoli, e la raccolta di pomodori a Foggia. Poi Rosarno. “Sono rimasto lì perchè riuscivo a lavorare. Poi è iniziato l’incubo. Prima prese fuoco la fabbrica in cui alloggiavamo. Ho perso tutti i documenti, siamo riusciti a salvarci solo noi. Poi il 7 gennaio 2010, senza motivo, mentre tornavamo al nuovo posto dove alloggiavamo, hanno sparato a cinque africani. E l’8 gennaio è iniziata la protesta. Ci siamo imbattuti in circa 50 italiani. Avevano bastoni, e altri oggetti per colpirci. Abbiamo cercato di evitarli, siamo tornati indietro ma ci hanno seguito e bastonato e picchiato senza sosta. Grazie a dio passò una macchina della polizia e tutti scapparono. Saremmo tutti morti in un modo penoso, penoso, se non fossero arrivati in tempo”. Oggi James sta ancora cercando di riprendersi dalle ferite che gli hanno procurato. I rigonfiamenti sul viso ora sono andati via, ma c’è un danno permanente al braccio rotto ed “io non potrei più portare cose pesanti o fare lavori pesanti. Non ho potuto, poi, mandare soldi alla famiglia e questo mi ha fatto soffrire anche emotivamente. Ora ho bisogno di iniziare tutto di nuovo per me e per la mia famiglia”. E questo nuovo inizio sta prendendo forma.

I ragazzi di Don Pino de Masi, Vicario generale della Diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro, hanno, infatti, seguito cinque feriti degli scontri di Rosarno, i quali erano ricoverati nell’ospedale di Polistena. Si sono fatti carico di essere vicini a queste persone durante la degenza in ospedale. Dopo la fine del ricovero non potevano abbandonarli. È così nata la “Tenda di Abramo”, un’iniziativa di inclusione sociale nella comunità.
Valter, responsabile dell’iniziativa, racconta che la parrocchia ha “dato la disponibilità di un immobile per ospitarli. Ma presto dovranno diventare indipendenti. Non parlano italiano, eppure sono qui da anni. Questo è un segno di esclusione ed isolamento. Abbiamo creato un corso di italiano a Polistena, in una scuola superiore. Una full immersion”.

Oltre a James, un altro ospite della “Tenda di Abramo” è Iacouba, un giovane extracomunitario che fu sparato negli scontri di Rosarno. Il ventiseienne oggi lavora, insieme ad altri due ragazzi, per la cooperativa Valle del Marro, che utilizza terreni confiscati alle mafie. Al contrario di James, Iacouba ha poca voglia di parlare, soprattutto del suo passato. I suoi occhi fissano il pavimento. I ricordi di Rosarno sembra li voglia cancellare così, guardando oltre, verso il futuro. Ma il suo trattenersi durerà per pochi minuti, giusto il tempo per sciogliersi piano piano. Inizia, infatti, a raccontare la sua storia: “Arrivai a Lampedusa e ottenni un permesso di tre mesi grazie ad un avvocato. Poi andai a Torino, Napoli e Foggia. Trovavo piccoli lavori saltuari. Infine Rosarno. Alcuni immigrati sono fuggiti in Francia a causa del razzismo e della mafia. Qui ci sono minorenni che ci sputano, c’è poca dignità, trattamenti disumani. Io mi trovavo bene, non ho lasciato. Riuscivo a lavorare”. Ma il suo racconto si ferma qui. Il dopo lo narrano il suo volto e i suoi occhi, ancora sofferenti.

Ma quella violenza fu il frutto del razzismo? Della mafia?
Don Pino risponde, raccontando di quei giorni indelebili. “Rosarno è una città ad alta densità mafiosa. La mafia vuole il consenso dalla gente ed è importante in base a questo. È chiaro che se cittadini stranieri si ribellano e contestano violentemente – si era sparsa, infatti, la voce che avevano ucciso quattro africani – la ‘ndrangheta non può accettare che cittadini stranierei abbiano il potere, quindi i rampolli di mafia hanno fomentato la violenza dei rosarnesi”.“Una reazione violentissima di cittadini che – continua Don Pino – da venti anni hanno fatto loro assistenzialismo. Non poteva non dettare legge la mafia”.

Ma l’Italia è un paese razzista? James alza lo sguardo e sorride. “Se non ci fosse stato il fatto di Rosarno non si potrebbe dire che siete diversi dagli altri Stati. L’Italia è come gli altri Paesi”.
L’intreccio fra ‘ndrangheta e intolleranza è però evidente. Ma da queste storie quello che risalta è la voglia di creare qualcosa di nuovo. L’obiettivo della “Tenda di Abramo” è questo. E James e Iacouba sono l’esempio lampante delle giovani generazioni di immigrati pronti ad impegnarsi e lavorare per il nostro Paese. In cambio di cosa? Dignità.

6 novembre 2010

By Nicola Lillo

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