Ted #3: primi incontri e deriva islamista

21 ottobre 2011

 

Al primo incontro, appena sbarcati a Tunisi, conosciamo l’associazione delle donne per la democrazia, promotrice dell’osservatorio per la democrazia insieme a giornalisti, avvocati e attivisti per i diritti umani già militanti durante il regime di Ben Alì. Si occupano del ruolo delle donne nel processo di transizione e soprattutto sono attente alle conseguenze delle scelte politiche sulla vita sociale delle donne, in un paese che dai tempi di Bourghiba aveva fatto scelte di apertura poco imitate nei paesi dell’area. Tra le loro ultime
attività l’osservatorio dei media denuncia una discrepanza tra parole e realtà dei fatti: non c’è equilibrio nella composizione dei partiti, non ci sono donne capofila, i partiti con più finanziamenti hanno preso maggior spazio mediatico, e sono proprio le donne ad essere meno presenti degli uomini sul palcoscenico, vengono intervistate per ultime e le si rivolgono solo domande sul femminismo senza riconoscerle un ruolo di expertise. In particolare un’attivista del movimento ha ricevuto minacce gravi e ha subito una campagna
discriminatoria su Facebook per delegittimare il suo impegno. Sebbene le indagini siano in corso, le femministe per la democrazia vedono nel principale partito islamista e nelle liste indipendenti ad esso collegate una causa di quest’atmosfera e denunciano il discorso ambiguo di molti politici, una sorta di doppia faccia con cui accontentare salafiti e modernisti. L’associazione femminista ha reclutato e messo in campo 300 osservatori della campagna elettorale e oltre metà dei 7.000 osservatori elettorali locali, preparati con un percorso di formazione iniziato già lo scorso giugno. Per il giorno delle elezioni c’è
preoccupazione per la sicurezza nei seggi più isolati e la falsificazione dei risultati, timore che in altri convive con un cauto ottimismo sulla regolarità delle votazioni.

 

La deriva Islamista

 

Pochi giorni fa la sede di Nesma TV ha subito un attacco da parte di un gruppo salafita in seguito alla proiezione del film di animazione Persepolis tradotto in dialetto tunisino.  “L’errore è stato mettere in agenda questo tema come elemento centrale del dibattito politico togliendo la scena ad altri problemi da risolvere” denuncia l’associazione di donne per la democrazia. Ma il tema resta centrale e nell’elegante hall della Business and management school il British Council inaugura i New Arabas Debates (su Twitter #newarabsdebates), una serie di incontri dedicati a comprendere il ruolo dell’Islam nel futuro del Maghreb e dell’identità tunisina.

 

Chairman: “Sentirete domande scomode e potreste cambiare la vostra idea. Da un lato rappresentanti della visione più tradizionale, come Enhada, dall’altro i partiti modernisti.”

A: “Ribadiamo l’inviolabilità di certi diritti e la possibilità di far convivere il nuovo corso della storia con il rispetto dell’identità arabo-islamica e condanniamo la violenza dei recenti episodi di intolleranza di stampo religioso, indicando i gruppi salafiti come il nemico di una nuova Tunisia basata su una cittadinanza condivisa.”

B: “Non siamo pronti a condividere la fragile libertà con altre posizioni. Enhada ha prima collaborato e poi abbandonato la Commissione Elettorale e questo dimostra la discrepanza tra il discorso pubblico e i fatti. Mostrano un approccio democratico ai media, ma la realtà è diversa. Affermano i diritti delle donne, e poi
ritrattano dicendo che il loro posto è in casa.

Chairman:  “Perché averne timore in una democrazia?”

B: “Perché non rispettano le regole del gioco politico. Ma spero di sbagliarmi.”

A: “Prevale l’ignoranza su cosa sia veramente l’Islam. Poter essere eletti è un diritto”.

B: “Il ruolo dell’Islam è nelle moschee, non nei partiti. Se l’Islam è qualcosa di completo, come può vivere in una democrazia? Se diciamo che il governo agisce in nome di Dio, chi può dire quando sbaglia? La
voce del popolo contro la voce di Dio? La scelta non è solo tra Islam o il ritorno a Ben Alì.”

Chairman: “Cosa c’è di sbagliato nei valori islamici, come l’onestà, la carità, ecc.?”

B: “La Costituzione non è il Corano.”

A: “Come per altri Marx, per noi il riferimento è la tradizione islamica, ma non siamo portavoce dell’Islam, ci sono cose che non spettano al governo.”

B: “Cosa accadrebbe per esempio con Internet? Ci sono molte ragioni per essere spaventati”.

A: “L’altra parte agisce come se avesse il monopolio della democrazia. È inaccettabile. In termini di identità c’è una specie di consenso sul fatto che sia di matrice islamica.”

B: “Non accadrebbe come in Israele, una democrazia basata sulla religione ebraica?”

A: “La nostra identità non ha nulla a che vedere con Israele”.

B: “Intendevo dire: normalizzerete le relazioni con Israele e Stati Uniti? Avete detto che cercherete partner speciali: è lo stesso programma di Ben Alì”.

“Mettere la religione nel discorso politico è escludente. È diversodichiarare di ispirarsi a una tradizione religiosa come a un’ideologia. Ma il rischio è la protezione delle minoranze.”

A: “La libertà di espressione sarà tollerata, a meno che non offenda la sensibilità dei credenti. Ci sono limiti, ci sono sempre stati nella storia.”

B: “Ma siamo nel XX secolo”.

Un giovane dal pubblico: “Sono salafita, sono parte del futuro, voglio la Sharia in Tunisia, qual è il problema?”

Chairman: “E come reagiresti se non accadesse?”

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