Telejato minacciata

 Di Valentina Ciappina

 

Il 23 settembre di ventisei anni fa moriva un giornalista: Giancarlo Siani. Un giornalista “giornalista”. Come ci ricorda una delle più belle scene tratte da Fortàpasc, film diretto da Marco Risi: “Esistono due specie differenti: i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati”.

 

Siani si insidiava in storie di Boss e malavita, di favoritismi ed elezioni con la stessa abilità con cui la camorra si infiltrava nella politica e le raccontava a gran voce. Divenne così punto di riferimento dei primi movimenti anti-camorra.

 

Siani era uno scomodo, era uno che nonostante le minacce e le intimidazioni continuava a scrivere e raccontare il dietro le quinte di una Campania inquinata dal malaffare. E fu proprio scrivendo un articolo sul “Mattino”  in cui raccontava le modalità con le quali i carabinieri arrestarono Valentino

Gionta, boss di Torre Annunziata, che firmò la sua condanna a morte.

 

Siani ha pagato con la vita il prezzo di una verità che ogni giorno diventa sempre più un lusso per pochi.

 

Nel nostro Paese si contano sulle dita di una mano quelli che oggi possiamo ancora chiamare “giornalisti giornalisti”. Per esempio in un piccolo centro della Sicilia, in provincia di Palermo – Partitico – ce n’è uno che può fregiarsi di questo titolo: Pino Maniaci. Pino come Siani non si lascia intimidire dalle minacce, urla alla sua Televisione, Telejato, con una forza tale da infiammarsi l’ugola. Ma soprattutto non ha paura di dire quotidianamente che i mafiosi sono dei PDM alias pezzi di merda. L’ha fatto anche  quando hanno tentato di ucciderlo, massacrandolo di botte e provando a strangolarlo. Pino filma e racconta con dovizia di particolari le storie dei boss, le loro

ramificazioni nella politica, negli appalti, denuncia costantemente la puzza di una delinquenza organizzata che soffoca la gente comune e copre il profumo di arance segno un tempo di una Sicilia onesta.

 

Oggi Pino è simbolo in Italia di un giornalismo pulito e concreto, di un’informazione libera proprio come lo fu Siani. Oggi però Telejato, la sua televisione, rischia di scomparire.

 

“Con la Legge Finanziaria 2011 (articoli 8,9,10) sono state di fatto abolite le televisioni comunitarie (250 in tutta Italia) e il Ministero dello sviluppo economico si è riservato il diritto di assegnare, a pagamento, tutte le lunghezze d’onda del digitale terrestre, eccetto che per le tre reti RAI, per La 7, per Sky e per la telefonia mobile, le cui frequenze sono state assegnate senza pagamenti. Le altre utenze saranno assegnate dietro esborso di ingenti somme di denaro, attraverso graduatorie regionali formulate sul numero dei dipendenti e sulle proprietà immobili. “Di fatto Telejato è già formalmente chiusa, la banda su cui trasmette è stata venduta alle agenzie di telefonia mobile e le sue residue speranze di sopravvivenza sono assegnate alla possibilità di aggregarsi, non si sa per quale importo, ad una delle cinque bande di cui potranno disporre le emittenti che otterranno l’assegnazione della frequenza”.

 

Oggi, 23 settembre in ricordo di Siani e dell’esempio che ci ha lasciato, ma soprattutto nel rispetto dell’impegno di chi oggi  lotta mettendo a rischio la propria vita. Una delegazione torinese scenderà in Sicilia. Prima si dirigerà verso Trapani, per ricordare l’assassinio di un altro giornalista, Mauro Rostagno, torinese ucciso a Valderice dalla mafia, il 26 settembre del 1988. SalvagenteDavide Mattiello per Libera e Benvenuti in Italiasarà al fianco di Pino Maniaci e parteciperà alla giornata di sostegno di Telejato e di difesa al diritto di informazione. Insieme a numerose associazioni, si ribadirà alle istituzioni che Telejato è un bene comune.

http://acmos.net/2011/09/telejato-minacciata-da-mafia-e-digitale-terrestre

 

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