Una sconfitta per lo Stato

Una sconfitta per lo Stato, una vittoria per la ‘Ndrangheta. Il suicidio della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, al di là dalle modalità con cui è stato compiuto e che dovrà chiarire l’autorità giudiziaria, rischia di riportare molto indietro le lancette della storia della lotta alla criminalità organizzata calabrese. La più impenetrabile tra le mafie italiane.
La meno conosciuta proprio perché pochi, troppo pochi, hanno avuto finora il coraggio di spezzare il legame con la propria famiglia mafiosa – che nella maggior parte dei casi è anche famiglia di sangue – e di raccontare quella mafia dall’interno.
Maria Concetta Cacciola aveva trovato la forza solo pochi mesi fa, a maggio, quando si era presentata di sua spontanea volontà ai Carabinieri per rendere dichiarazioni su fatti da lei conosciuti per via del suo legame di parentela con esponenti della cosca Bellocco di Rosarno. Lei, 31 anni, figlia di Michele Cacciola (cognato del boss Gregorio Bellocco, capo dell’omonima cosca di Rosarno) e moglie di Salvatore Figliuzzi, attualmente detenuto per scontare una condanna ad otto anni di reclusione per associazione di tipo mafioso, non era accusata di alcun reato. Voleva solamente  “una vita libera per lei e per i suoi figli”, lontana dall’inferno delle ‘ndrine, aveva spiegato agli inquirenti che la hanno descritta come una donna forte, coraggiosa e molto determinata a “raccontare tutto e a cambiare vita”. Tanto che le sue dichiarazioni, raccolte dai magistrati della Dda di Reggio Calabria, avevano già portato a importanti risultati investigativi e sono attualmente utilizzabili.
Per questo non si spiega il motivo per cui la donna possa aver deciso di togliersi la vita in modo atroce, ingerendo dell’acido muriatico. Dopo aver deciso, lo scorso 10 agosto, di rinunciare alla protezione a cui era sottoposta e di lasciare la località protetta nella quale si trovava per rientrare a Rosarno a riabbracciare i suoi tre figli. Ed è lì, a Rosarno, che è accaduto qualcosa che la procura di Palmi tenterà di accertare con l’inchiesta appena avviata e che non esclude nessuna pista, compresa quella dell’induzione al suicidio.
Cacciola non è la prima ad aver commesso un gesto simile. Solo pochi mesi fa, ad aprile, Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso, aveva fatto la stessa identica fine dopo aver tentato di collaborare con la giustizia. Un’altra donna che lo Stato non aveva saputo proteggere, così come era accaduto per Lea Garofalo, la pentita sequestrata nel 2009, assassinata dalla furia mafiosa e poi sciolta nell’acido.
“Tre giovani donne e madri calabresi”, ha ricordato ieri l’on Angela Napoli, “chiamate ad un triste destino, sicuramente perché scomode all’interno delle rispettive famiglie i cui uomini appartengono alla ‘ndrangheta”. “Storie diverse che non possono cadere nel silenzio e che lasciano intravedere come sia diventato preoccupante il ruolo della donna che intende reagire al potere criminale e come contemporaneamente tale ruolo non venga adeguatamente tutelato dallo Stato”.
Tre donne coraggiose e tre preziose risorse per la difficile lotta alla criminalità organizzata che lo Stato ha lasciato andare, insieme alla loro voglia di ribellione al sistema mafioso, al loro coraggio e ai grandi segreti della ‘Ndrangheta calabrese che avrebbero potuto svelare. “L’ennesimo fatto drammatico”, ha commentato l’on. Giuseppe Lumia, anche lui componente della Commissione antimafia, che “rischia di compromettere in modo irreversibile uno strumento straordinario per la lotta alle mafie”. Di fronte a questo triste scenario, quante altre donne di mafia avranno il coraggio di ribellarsi?

fonte: antimafia2000

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