Viaggio in Palestina – WEST BANK BLOG (WBB #1)

Restiamo umani. Questa l’invocazione fraterna con cui Vittorio Arrigoni firmava i suoi pezzi dalla Striscia di Gaza. In sua memoria la blogosfera che si dedica a raccontare il dramma palestinese riprende spesso quello che è diventato uno slogan più che un appello.

Ieri sera incontrare la mamma di Vittorio al campo di Acmos a Boves ha emozionato tutti i presenti nel rendere questa, a volte controversa, sicuramente energica e onesta firma del giornalismo indipendente sul conflitto un ragazzo, un figlio, riflessivo nelle serate in famiglia nel piccolo paese brianzolo, incredibilmente determinato sul campo. Accomiatarsi da Egidia, dalla signora Arrigoni, significa accettare la sfida e la responsabilità di trasformare quella memoria in impegno. E allora quel “restiamo umani” da citazione diviene incipit, impulso a continuare a non accontentarsi di ciò che raccontano i telegiornali. Occorreva partire. E siamo partiti.

Partire da Boves è una rincorsa. La spinta di un anno di lavoro in Acmos, e in Salvagente in particolare, ti lancia oltre la tensione, la malinconia e le piccole ansie che normalmente accompagnano una partenza. Ci siamo detti in assemblea quanto importante sia tessere fili resistenti. Il campo di Boves è un ragno che sputa il suo filo di ragnatela. In auto con le amiche della squadra di Salvagente, sul 43 barrato, in treno, sulle scale mobili, sul 60, sul 73, sull’aereo per Roma, su quello per Tel Aviv, sul minibus, sul taxi: tutto d’un fiato e con qualsiasi mezzo, anzi con tutti questi mezzi, alle 5:01 scendiamo nella deserta Damascus Gate, la porta orientale della città vecchia di Gerusalemme. Alle nostre spalle, nel cielo sopra Gerusalemme Ovest, la luna piena che fa capolino tra le palme. Di fronte, dalla Giordania, i primi raggi di un sole implacabile che colora le pietre delle mura antiche.

Siamo arrivati presto. All’aeroporto di Ben Gurion la polizia di frontiera ci ha trattenuto solo una mezz’oretta, per capire se fossimo ingenui turisti dediti alla movida di Tel Aviv o agguerriti turisti del conflitto e delle disgrazie altrui. Non siamo qui per far finta di non vedere. Non siamo qui nemmeno per cibarci come cannibali del dolore di chi vive quello che solo vediamo in televisione. Siamo qui per vedere. Per conoscere. Per incontrare. Per capire. Per capire da che parte stare. Quella delle vittime di entrambi i fronti. Quella di chi sopravvive e sottoesiste. Quella di chi prova a cambiare questa situazione

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Una risposta

  1. Cami ha detto:

    Grazie per il tuo racconto.. 🙂