Voci dalla Terra Santa

di Enza Iannotti

UNA SCONVOLGENTE NORMALITÀ

Dai, andiamo al mare… Di ritorno da Tuwani si sente quasi il bisogno di togliersi di dosso la fatica dell’ occupazione, lo sporco della sofferenza, il peso dei racconti dei pastori che continuano quotidianamente a difendere le loro terre anche al prezzo dell’ arresto e della tortura…c è bisogno di ridere, di non pensarci per un po’. Costume, sandali, asciugamano. Si parte.

Alla stazione dei bus veniamo accolti da infiniti controlli. Mostra il passaporto, passa la borsa sotto il metal detector… sembra di essere in aeroporto ed io mi chiedo se per un brutto scherzo non abbiano deciso di rispedirmi a casa prima del previsto! Pare che gli internazionali siano testimoni scomodi.

Giovani ragazzi in divisa si abbracciano, si baciano. A dividere i loro corpi bramosi di tenerezza solo un mitra che non sembra disturbarli. In coda vengo sfiorata da un M16 e assalita da un nodo alla bocca dello stomaco: questa normalità mi sta stretta.

Sulla strada passiamo checkpoints che sembrano caselli autostradali; al ritorno ci si deve quasi denudare davanti ad un poliziotto per colpa di una cintura che non convince il metal detector.

Neanche l’attacco alla “Mavi Marmara”  desta scalpore e sgomento tra le vie di questa città che, nonostante tutto, continua ad essere pervasa dalla sua irreale quotidianità.

Dall’Italia giungono notizie di presidi, manifestazioni, cortei. A Gerusalemme tutto tace. Sembra di essere troppo lontani da ciò che è accaduto per potersene preoccupare e così, in un caldo lunedì sera, giovani in congedo, novelli sposi, anziani nonni e inconsapevoli bambini passeggiano per le vie di questa strana città. E con insopportabile rabbia mi rendo conto che anche questo, ancora una volta, fa parte di questa inaccettabile, sconvolgente, normalità…

TEL AVIV

Alte vette in cemento e vetro, lunghe strade, lungomare di cui non si vede la fine…

Acque fresche e tranquille bagnano sabbie rastrellate da poco pronte ad accogliere turisti abbronzati e israeliani a riposo. E’ incredibile di come quel mare testimone dell’assalto non riesca a restituirne nulla sulla spiaggia, quasi fossero altre onde, un altro paese, un altro stato.

Vicoli stretti, sobborghi sporchi, periferie di una grande città…

Una piccola sala racchiude l’arsura e l’ardore di giovani ragazzi israeliani che, non ancora maggiorenni si ritrovano insieme a discutere di non violenza. Si narrano, si confrontano, si scontrano ragionando insieme di politica, di occupazione, di esercito; a breve dovranno decidere se arruolarsi o rifiutare “la chiamata alle armi”. – In questi giorni ho deciso di rifiutare. Mi sono chiesto cosa posso fare io che non accetto ne la violenza israeliana, ne quella palestinese. Forse non cesserà l’occupazione dei territori ma almeno sento di averci messo ciò che per ora posso.-

Dieci ragazzi chiusi in una stanza mi raccontano che Israele non è solo armi, divise, indifferenza…e allora, finalmente, mi rendo conto che quel mare testimone dell’assalto qualcosa può restituire…che qualcuno, a Tel Aviv, si sente ancora, responsabilmente, israeliano.

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