Gerusalemme – WBB #2

Il checkpoint attraverso cui accediamo a Gerusalemme, passo che il nostro tassista da quindici anni non ha più il permesso di fare, costeggia, oltre la grata metallica, il muro in questo tratto dipinto di un blu tonalità logo Nazioni Unite, a coprire i murales che con ironia aprivano trompe d’oeil oltre la barriera. Facciamo colazione nel centro di Gerusalemme Ovest, se, a differenza di quanto riconosca il governo israeliano, accettiamo che la città sia capitale di tutti divisa dalla linea verde che separerebbe i due Stati. Mentre nel dehors assaggiamo i croissant, la metro leggera, con i sedili ancora imballati, fa giri di prova sul nuovo percorso dell’unica linea che la porta dal cuore della parte ovest, attraverso un ormai moderno classico moderno ponte stile Calatrava, sino alle colonie che circondano la Gerusalemme palestinese.
Alle dieci ci aspetta un volontario di ICAHD (Israeli committee against house demolition), un’associazione mista fondata da Jeff Halper che si preoccupa di monitorare la situazione urbanistica di Gerusalemme. Il sindaco israeliano ha affidato questo compito a un amministratore di fiducia: il leader dei coloni. Non stupisce dunque che molte aree destinate allo sviluppo naturale dei quartieri palestinesi sia divenuto area verde, pur essendo un deserto di colline pietrose, dove quindi è proibito costruire, mentre un ricco ebreo americano ha investito miliardi per dare avvio a quartieri israeliani che accerchiano di fatto la città vecchia. Solo questi hanno marciapiedi, tubature fognarie, giardini irrigati. I vicini palestinesi invece ammucchiano l’immondizia in grossi cointainer svuotati di rado. Eppure questi cittadini di Gerusalemme pagano al comune le stesse tasse degli altri. Ma c’è qualcuno di ancor più sfortunato. Un piccolo quartiere palestinese si è trovato di colpo stretto tra il tracciato del muro in costruzione e una rete metallica: ora l’unico accesso è controllato da un checkpoint, un posto di blocco dei militari israeliani, e vi si può passare solo a piedi: chi aveva l’auto parcheggiata dentro al momento della recinzione non può più usarla, nonostante la targa color giallo testimoni l’immatricolazione in Israele.
Per renderci conto della politica di occupazione la nostra guida ci porta a Sheikh Jarrah, altro quartiere palestinese ad est della linea verde, alle porte del centro storico di Gerusalemme. Entriamo nel giardino di una casa. Ci sono due edifici di un piano, come due ali della stessa costruzione. In mezzo a questi una tenda di plastica azzurra. Nell’edificio in fondo al giardino è rimasta tenace e traumatizzata la famiglia palestinese che, già profuga nel 1948, da allora abita in quel luogo. Nella tenda sono accampati alcuni giovani volontari internazionali. Nel primo edificio, a non più di due metri di distanza, dei coloni israeliani hanno da mesi occupato la casa. Un giorno sono entrati, hanno gettato di fuori mobili e suppellettili, e si sono fermati a vivere dentro una casa palestinese abitata. Forse alcuni hanno sentito che questo accade quando dei militari occupano un edificio civile per utilizzarlo come postazione d’osservazione, trasformando una casa in una caserma. Ma in questo caso dei civili israeliani hanno semplicemente occupato la casa della famiglia ora costretta a ritirarsi nell’ala in fondo al giardino. Non sono certo di essere riuscito a spiegare la situazione, talmente lampante da risultare allucinatoria: può davvero succedere questo? A Gerusalemme si. La polizia sorveglia costantemente la zona, invece di far rispettare la legge. E questo accade in un paese democratico che gode del riguardo della comunità internazionale.
Mi abbandono al cielo pulito del tramonto, con le sue continue sfumature, per cercare di fare chiarezza nella mia testa. Eppure non capisco come si possa non capire.

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