WWB #4: da Genova a Tuwani, le vie della nonviolenza

Una mattina di dieci anni fa, avvertendo l’entusiasmo di un movimento plurale, aperto a tutti, che portava in scena temi importanti sino a quel momento poco sentiti, mentre alcuni amici si preparavano per l’evento del Giubileo che si sarebbe tenuto l’anno seguente, mi decisi ad andare a Genova.

Mi ritrovai, a dire il vero senza troppa coscienza di causa, catapultato in una città blindata, con container saldati tra loro a sbarrare le strade, il rimbombo costante degli elicotteri bassi, i fumogeni della pulizia, auto in fiamme, dove persino stendere i panni alle finestre era un’azione disubbidiente. Quel giorno tra la folla indignata e spaventata dalla violenza delle forze dell’ordine, si sparse una voce: avevano ucciso uno di noi. Accadde in piazza Carlo Giuliani, ragazzo.

Quel giorno successero tre cose: di sicuro la nostra democrazia macchiò la propria dignità ricordando il nostro passato fascista come modello di potere per gestire l’Italia; una parte dei manifestanti perse ogni speranza e in breve abbandonò il movimento per un altro mondo possibile, delusa e rassegnata a quello che ci veniva venduto; qualcun altro, persa ogni ingenuità, decise che era il momento di fare le cose bene e sul serio per lottare contro un’insopportabile ingiustizia che troppo spesso facciamo finta di non vedere. A quel punto non era più possibile.

A dieci anni da quella caotica e triste mattinata mi risveglio a Tuwani, nei Territori Occupati Palestinesi. Con alcuni amici di Operazione Colomba che spendono i loro giorni, uno dopo l’altro, a fianco degli oppressi di questo conflitto sulla bocca di tutti gli ammutoliti dalla televisione, ci incamminiamo verso il villaggio di Tuba.

Percorrendo un sentiero desertico a qualche centinaio di metri dall’avamposto illegale israeliano di Havat Ma’on dei coloni in moto tentano di inseguirci. Ci incamminiamo in fondo alla valle secca, sino ad un minuscolo villaggio palestinese dove finalmente ci sentiamo al sicuro, accaldati e stanchi, ma ben accolti dai pastori nella grotta dove vivono. Ci offrono tè alla menta e acqua fresca che sono costretti a comprare alla colonia di Kiryat Arba, nei pressi di Hebron, per la famiglia e il bestiame, capre, cammelli e asini, con un rincaro impressionante poiché trattori e camion non hanno più il permesso di passare dalla strada più breve. Pensare che la sicurezza di Israele si possa basare su questo controllo violento dei mezzi, delle risorse e del territorio in cui vivono i palestinesi nei territori occupati non regge. Le nuove forme di violenza fascista di cui parla Eco, rese invisibili e inevitabili nel racconto che ne fanno i media, sono la nemesi della storia di un popolo che ha sofferto un genocidio.

Duemilauno-duemilaundici: ci hanno venduto dieci anni di paure per non farci vedere che il nemico non era l’altro, nascosto nel deserto a pianificare attentati al nostro insostenibile modello di vita, ma chi ci dovrebbe rappresentare. A ben vedere sono stati anni amari; ma sono stati anche quelli in cui ho incontrato un arcipelago di esperienze resistenti, da Genova a Tuwani. Grazie a tutti loro credo ancora in un altro mondo possibile. E la nonviolenza è la via.

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